"Il maratoneta" corre a perdifiato nel thriller

Chi abbia visto almeno una volta Il maratoneta di John Schlesinger si ricorda la scena del dentista. Quella in cui Laurence Olivier tortura Dustin Hoffman trapanandogli un dente sano.

Chi abbia visto almeno una volta Il maratoneta di John Schlesinger si ricorda la scena del dentista. Quella in cui Laurence Olivier tortura Dustin Hoffman trapanandogli un dente sano. Quel film, e quella scena, seguono fedelmente quanto William Goldman aveva raccontato nel thriller fenomenale del '73 che ha adattato lui stesso. Riletto ancora oggi, Il maratoneta (Marcos y Marcos) è un romanzo ricco di colpi di scena e carico di tensione. Mette a confronto il sadico Christian Szell con il coraggioso Thomas Babington (detto Babe) Levy. Il primo è un ex criminale nazista divenuto informatore della Cia vendendo i suoi compagni e che continua a vivere sulla pelle degli altri trafficando in diamanti. Il secondo è uno studente che sta preparando una tesi sulla tirannia e che ha come idolo il maratoneta Abebe Bikila. Per seguirne le orme si allena tutti giorni a Central Park non sentendo le urla dei ragazzini che lo prendono in giro chiamandolo «tonto». Saranno il fratello di Babe e la ragazza di cui è innamorato, Elsa, a mettere sulle sue tracce il perfido assassino costringendo il giovane a trasformarsi in un imprevisto eroe. Nell'introduzione a questo volume William Goldman spiega che desiderava realizzare una storia di suspense alla Graham Greene: «in un thriller si parte da un cattivo... sono partito da Mengele, il nazista più sconvolgente dal punto di vista intellettuale (dottore in medicina con tanto di specializzazione). E sapevo questo: mi serviva che tornasse in America. Ma perché mai sarebbe dovuto tornare?... Un giorno leggendo i giornali trovai la risposta. Un medico, mi pare di Cleveland, aveva cominciato a effettuare un intervento ai tempi rivoluzionario, il bypass aorto-coronarico, e la gente accorreva da tutto il mondo. Mengele sarebbe stato fra coloro che ne avrebbero tratto beneficio». Poi Goldman lesse un articolo su alcuni nazisti che si erano arricchiti cavando i denti ai prigionieri e fondendo quelli d'oro, quindi prese il cognome Szell da un direttore d'orchestra convinto che «solo pronunciarlo lo facesse sentire sadico». Poi pensò: «e se qualcuno che ti è vicino si rivela completamente diverso da quello che pensavi?». E il suo «dolcissimo periodontotista» suggerì a Goldman: «tu vuoi un dolore che ti fa desiderare la morte... fagli trapanare un dente sano». Infine una vecchietta bussò all'uscio del suo ufficio nell'Upper East Side e gli urlò: «Folefo farle sapere che zo tutto qvuello che zuccete là dentro». E adesso lo sanno anche i lettori.

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