I più grandi scrittori austriaci del Novecento Ingeborg Bachmann e Thomas Bernhard - devono la loro grandezza a un tenace odio verso la loro patria, l'Austria, un odio così grande che solo l'amore poteva giustificare una simile delusione. Viene in mente l'ultimo libro di Carlo Ginzburg Il vincolo della vergogna (Adelphi) per cui il vero sentimento distintivo verso il proprio Paese, più che l'amore, è la vergogna che si prova nei sui confronti. Sulla morte tragica a Roma il 17 ottobre 1973 - per ustioni gravissime - della scrittrice, Bernhard scrive: "A distruggerla è stato, com'è naturale, solo il mondo che la circondava e, in sostanza, la meschinità del suo Paese d'origine, dalla quale era stata perseguitata passo dopo passo anche all'estero, com'è accaduto a tanti altri".
Probabilmente c'è della verità e dell'esagerazione, è che per decenni il clima intellettuale austriaco è stato dominato dal nodo irrisolto dell'atteggiamento verso il nazionalsocialismo. Per anni prevaleva l'ideologia che l'Austria fosse la prima vittima della politica aggressiva di Hitler, che per altro era austriaco e che gli austriaci accolsero con entusiasmo. Bachmann racconta che l'età spensierata dell'infanzia era stata calpestata dalla marcia delle truppe del Terzo Reich a Klagenfurt, la città dove era nata cento anni fa, il 25 giugno 1926. Certo con la liberazione nel 1945, la sua vita cambia, diventa leggera, irrompe la libertà, con la cultura, gli studi a Vienna, la tesi su Heidegger (anzi come lei stessa dichiara: "contro Heidegger") e il suo grande amore con Paul Celan, quello grande del destino, amore fatale e impossibile, ma unico. L'ultimo incontro importante avviene a Parigi il primo maggio del 1958 alla ricerca di una irrealizzabile conciliazione. E il giorno dopo conosce Max Frisch e nasce un rapporto intenso, tormentatissimo, fondato sull'assurdo "contratto di Venezia", in cui si consentono a vicenda l'infedeltà sessuale, ma non quella emotiva. Un amore che ora è consegnato a un prezioso epistolario, Non siamo stati bravi. Lettere 1958-1972 a cura di Cristina Vezzaro e Emilia Benghi per Feltrinelli (pagg. 944, euro 60), meraviglioso percorso sentimentale che precipita nel dramma dell'incomprensione che ferisce e colpisce.
La loro storia termina drammaticamente nel novembre del 1963, ma un anno prima la scrittrice aveva tentato il suicidio. Un motivo decisivo della rottura è il romanzo di Frisch, Il mio nome sia Gantenbein, in cui lo scrittore svizzero discute, non tanto velatamente, della relazione tra uomo e donna, ovvero tra lui e la Bachmann, che esige, inutilmente (per nostra fortuna) la restituzione delle lettere per distruggerle. In quei quattro anni la coppia visse a lungo a Roma: erano gli anni in cui Roma sapeva attrarre artisti e scrittori di tutto il mondo, in cui il nostro cinema era ancora egemone e la vita letteraria era determinata da Moravia, Pasolini, Elsa Morante. Roma era la sua seconda patria e il suo destino. I rapporti con Klagenfurt erano turbolenti, come confessa all'amico scrittore Uwe Johnson: "Si dovrebbe essere soltanto e unicamente uno straniero per riuscire a sopportare un luogo come Klagenfurt più a lungo di un'ora". Alla sua morte, Johnson vi compie un pellegrinaggio, Un viaggio a Klagenfurt. Sulle tracce di Ingeborg Bachmann, che ora L'Orma ripropone nell'edizione curata da Luigi Reitani (pagg. 144, euro 18). L'elegante volume è una chiave preziosa per capire la Klagenfurt della scrittrice, ma anche per comprendere lo stile, inimitabile, di Uwe Johnson, di cui L'Orma ha pubblicato la monumentale tetralogia, I giorni e gli anni.
Tutti gli incontri di Bachmann sono fortemente segnati dal sentimento, sia d'amore per Celan e per Frisch - che d'amicizia per Uwe Johnson, cui potremmo aggiungere Heinrich Böll e tanti altri autori e autrici
contemporanei: Ingeborg era una protagonista della scena letteraria europea e la sua morte, dopo il notturno rogo romano del 26 settembre a via Giulia, conclude la più intensa stagione della letteratura tedesca del secondo Novecento.