Gian Micalessin
da Teheran
«La democrazia ha sconfitto i riformisti». Il verdetto arriva dalla prima pagina di Sharg. Il quotidiano, controllato da una proprietà vicina ad Hashemi Rafsanjani e guidato da una pattuglia di spregiudicati redattori riformisti, sembrava un prototipo del dopo elezioni. Naufragati i progetti sopravvivono le taglienti autocritiche. «Ahmadinejad promettendo giustizia - spiega il quotidiano - ha sconfitto coloro che promettevano libertà e democrazia». Una condanna a tutto campo di quella coalizione tra Rafsanjani e riformisti incapace di comprendere i profondi malumori della nazione iraniana. «Ecce homo», sembrava invece urlare il neoeletto presidente descrivendo il proprio prototipo d'elettore. Un disgraziato da 120 euro al mese costretto a lottare contro aumenti ed inflazione e ad elemosinare aiuti e sussidi per arrivare alla fine del mese. «Come può una persona del genere - s'indignava Ahmadinejad - mantenere la propria dignità di fronte a moglie e figli e farsi rispettare in famiglia». A quell'uomo da 120 euro mensili, a tutti i mostadafezin, a tutti i diseredati di campagna e città, l'austero sindaco di Teheran prometteva aumenti salariali, giustizia sociale, ridistribuzione delle ricchezze, lotta alla corruzione e ai privilegi. Parole semplici, ma più attraenti dei miraggi di libertà sociale e diritti civili sbandierati dai riformisti.
Le ragioni sono scritte nella storia degli ultimi anni. La storia di un paese dove la stagione riformista, le maggiori aperture al mercato e l'immensa ricchezza generata dagli aumenti del greggio hanno dilatato il divario tra i ceti più alti e i meno abbienti. Un paese, secondo produttore di greggio dell'Opec, costretto a far i conti con una popolazione al 40% sotto la soglia della povertà e una disoccupazione superiore al 30%. In questo Iran i simboli delle libertà sociali sono diventati l'immagine stessa dei privilegi riservati agli oligarchi della ricchezza. I camicioni attillati, i foulard firmati, i sandali aperti e le unghie laccate delle donne di Teheran nord contrapposti agli chador, ai veli neri, alle scarpacce di gomma cinese delle figlie della periferia sud. Una periferia dove diritti umani e politici restano un lusso superfluo rispetto alla lotta per la sopravvivenza materiale.
Per far arrivare la propria voce al cuore di questa periferia impoverita e rabbiosa, Ahmadinejad ha evitato i chiassosi spot televisivi, le convention miliardarie ed ogni altra imitazione della dispendiosa propaganda occidentale. Lui, figlio di fabbro diventato ingegnere ha continuato a vestire i panni del mostadafezin, a parlare il loro linguaggio, a guadagnarsi il favore di moschee e comitati di quartiere con un solo e unico slogan, «dignità». Il lento passaparola, l'appoggio dei settori più radicali del clero e delle forze paramilitari non sarebbero, da soli, bastati a garantirgli il trionfo.
La svolta arriva il 15 giugno quando le previsioni danno per sconfitto l'ex capo della polizia Qalibaf, e disegnano uno scontro a due tra Rafsanjani e il capofila riformista Mustafa Moin. Scaricato Qalibaf, la Suprema Guida e il Consiglio dei Guardiani ordinano la vittoria a tavolino di Ahmadinejad. Per spianare un Rafsanjani considerato troppo ricco e troppo corrotto per essere credibile non servono, al secondo turno, neppure brogli e macchinazioni. Basta la credibilità conquistata in assenza di veri avversari da questo smilzo, austero, ma assai convincente ex pasdaran. Per rispettare le promesse l'irriducibile Ahmadinejad deve, però, fare i conti anche con i poteri forti.
Il primo difficile scontro è tra un mese quando inizieranno le consultazioni riservate sui nomi dei nuovi ministri. Da una parte i fedelissimi di Alì Khamenei come l'ex ministro degli esteri Ali Larijani e l'ex capo di radio e Tv Ali-Akbar Velayati. Dall'altra il manipolo di duri e puri del nuovo presidente. In testa a tutti Mehdi Chamran, il braccio destro fratello di quel Chamran fondatore dell'hezbollah libanese. Subito dietro l'ayatollah Mesbah Yazdi, ideologo dell'ala religiosa più radicale e probabile nuovo ministro della Cultura. Poco rassicuranti anche le mire su un ministero chiave dell'economia del deputato ultraconservatore Mohammad Khoshchehreh che promette da tempo di «ripulire i mercati finanziari» e si batte per un Iran fuori dall'Organizzazione per il Commercio internazionale.
«Meglio il pane che la libertà» I riformisti fanno autocritica
Ma il nuovo presidente ora deve fare i conti con i poteri forti per formare il governo
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