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Mezzo secolo di Harp Pub, l'anima (alla spina) del Poli

Dal 1976 i Corbetta gestiscono il locale di piazza Leonardo. "Quante generazioni passate da qui. La movida oggi fa paura"

Mezzo secolo di Harp Pub, l'anima (alla spina) del Poli

C'è un locale, in Città Studi, che nonostante il nome irlandese e il concept britannico si è guadagnato sul campo i gradi di simbolo della Milanesità con la M maiuscola. Al timone di quel locale, in Piazza Leonardo proprio di fronte al Politecnico, c'è un ometto delizioso che con forte accento meneghino, papillon e baffo d'ordinanza, da mezzo secolo è punto di riferimento del quartiere, alla faccia dei cocktail bar minimal senz'anima e dei temporary shop. Quel locale è l'Harp Pub Guinness, che proprio domani compie cinquant'anni, e quell'uomo che colleziona bottiglie di Scotch e battute è Angelo Corbetta, istituzione che unisce studenti, professori, impiegati e appassionati di whisky da generazioni.

"E pensare che quando decidemmo di aprire, nel 1976, neanche l'avevamo mai visto un pub...", sorride Angelo mentre ripercorre la sua storia. Sua e della sua famiglia, dato che l'Harp non mai ha cambiato proprietà a partire da quando Riccardo, il padre di Angelo, decise di rilevarlo dai precedenti gestori di un ristorante toscano: "Papà fu fatto prigioniero a Cefalonia e internato per 7 anni. Quando tornò, prima fece il giardiniere a Barzanò (Brianza lecchese, ndr) e poi aprì un negozio di fiori in viale Romagna. Finché, ai tavoli di una latteria, incontrò il direttore amministrativo del Politecnico".

Lì la storia dei Corbetta cambia. Il padre di Angelo vince l'appalto per il bar interno all'ateneo, che gestisce per 15 anni: "Ma i prezzi erano imposti - ricorda Angelo -: se voleva alzare di 5-10 lire il caffè, doveva pagare milioni". Sicché da "dentro", i Corbetta si spostano "fuori" dal Poli, proprio di fronte all'Università. Un azzardo, sopratuttto perché come detto la scelta del pub è un salto nel buio: "Gli American bar erano un po' in declino, gli inglesi andavano al Tombon de San Marc e si parlava di questi pub. Noi siamo stati i primi a Milano a chiamarci così. Siamo ancora qui".

All'inizio è stata dura. "Abat-jour soffuse, divanetti di pelle, mogano: la gente pensava fosse caro e aveva un po' di timore, e invece...". Invece presto è diventato un punto di riferimento. Angelo - che ai tempi lavorava al bar della Edilnord - veniva la mattina ad aiutare papà, poi via a Brugherio dietro il suo bancone. Ma ai veri lumbard la determinazione non manca. Abbastanza da battere in tribunale anche la multinazionale proprietaria della birra Guinness, che ha provato a far togliere il nome dall'insegna. Respinta: Harp Pub Guinness non si tocca. E anche se oggi ottenere la certificazione di bottega storica è un incubo burocratico, il mezzo secolo di attività parla per Angelo, sua moglie Pina e i figli.

Già, perché Riccardo e Francesco - da vent'anni dietro al bancone e in cucina - sono la terza generazione dei Corbettas a prendere in mano il pub e a traghettarlo nel nuovo millennio. Il che significa servizio più moderno, una drink list in continua evoluzione - da provare l'Old Fashioned e l'Inglorious Mustard, ma anche i Martini sono perfetti - e social media, senza mai perdere le radici, il contatto con la gente. "I nostri clienti hanno sempre la stessa età, fra i 19 e i 25 anni - ridacchia Angelo -, si alternano e io mi sento sempre giovane, anche se non mi laureo mai".

C'è chi è tornato dopo trent'anni e si è commosso quando è stato riconosciuto, c'è chi non se ne è mai andato perché torna regolarmente per le degustazioni di single malt, la passione del Boss, come è chiamato Angelo dal suo team: "A me il vino non piace, avrò preso da papà che al posto dello spumante brindava con acqua e zucchero. Invece il whisky mi ha sempre incuriosito". E a testimoniarlo ci sono le mensole ricolme di vecchi blended introvabili, le serate di tasting, l'antica compagnia degli esperti milanesi che ogni tanto si ritrova qui per un dram e un panino, magari il Mac Corby con caprino e aringa.

Se Angelo è cambiato pochissimo - e prova ne sono le foto amarcord appese nel pub - la Milano che scorre davanti alle sue serrande è cambiata tanto. Dai tempi dei travestiti agli anni Ottanta degli eroinomani zombie, dai figli viziati del Sessantotto ("egoisti, i peggiori di tutti") al rito del botellon, con diecimila persone in piazza Leonardo. Fino ad oggi, con le risse, le ragazze che si strappano i capelli, i giovanissimi che cercano riparo qui per sfuggire alle rapine e perfino aggressioni ai danni dello staff. Abbastanza per prendere una decisione che ha fatto discutere: "Chiudiamo il sabato sera. Siamo l'unico bar aperto sulla piazza e non ne possiamo più di queste situazioni - si sfoga Riccardo -. Nel weekend qui è terra di nessuno e si può fare tutto, è diventato pericoloso".

Di sicuro più pericoloso di bere una birra, anche se ormai nell'era del salutismo fondamentalista l'unica emergenza sembra l'alcol. Angelo scuote i baffi: "La nuova generazione beve meno, la tolleranza zero al volante ha un impatto sui consumi. Però...

Oh, sarò all'antica io, ma a mi gli analcolici me piàsen no". Oggi, domani e per i prossimi cinquant'anni. Da festeggiare se possibile con un imbottigliamento speciale di Scotch torbato: un 18 anni tutto da provare. Senza guidare, ovvio.

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