Autonomi liberi di picchiare E i compagni? Muti o contenti

I violenti alzano il tiro e arrivano ad assediare il cuore della curia milanese Ma dai politici più loquaci stavolta non arrivano né reazioni né condanne

Autonomi liberi di picchiare E i compagni? Muti o contenti

«Una piazza bellissima». Dicono sempre così. Anche se poi dietro l'angolo succede di tutto. E i dirigenti del sindacato forse non si sono accorti che, nel giorno della loro manifestazione di Milano, a poche centinaia di metri dal palco sette agenti sono rimasti feriti: alcuni dai petardi (all'inguine e alla mano), altri colpiti dal lancio di oggetti partito davanti all'arcivescovado, tanto da farsi medicare. E non si è trattato di un «incidente» scatenato da chissà qualche fantomatica «provocazione» (categoria alla quale in genere si ricorre per difendere l'indifendibile). No, alle 10 di ieri mattina era già pubblica una sorta di dichiarazione di guerriglia ufficiale: «Indosseremo i caschetti degli operai, un simbolo della precarietà - aveva detto un rappresentante della rete studentesca - e proveremo ad entrare nell'Arcivescovado per bloccare una conferenza che noi riteniamo illegittima».

L'irruzione nella sede della più alta autorità religiosa della città, il cuore della Chiesa ambrosiana, è un fatto di una gravità inaudita. Ed è l'apice di un'escalation - ha ragione l'ex vicesindaco Riccardo De Corato - a cui manca solo l'occupazione del Duomo (per fortuna sorvegliato quotidianamente da militari in funzione anti-terrorismo). Chissà se si rendono conto i dirigenti della sinistra e del sindacato. A giudicare dalle (mancate) reazioni, si direbbe di no. Una rappresentante della Flc Cgil lombarda, che ha assistito agli scontri, ha commentato che «erano per la maggior parte minorenni ma la polizia li ha caricati lo stesso. Ho cercato di difenderli e tutelarli», ha detto. Difendere i manifestanti? Sembra un ribaltamento della realtà, ma non inedito. Quando il segretario della Lega Matteo Salvini è dovuto sfuggire all'aggressione dei «ragazzi dei collettivi», sul banco degli imputati - almeno simbolicamente - c'è finito lui. E quei «ragazzi» dei centri sociali, invece del biasimo collettivo, hanno conquistato una ribalta mediatica altrimenti insperata, da cui oggi teorizzano e discettano sui temi dell'integrazione, della solidarietà e su chissà cos'altro. Una carriera politica non gliela toglie nessuno. In caso di aggressioni, la prontezza di riflessi con cui reagiscono i dichiaratori seriali (i nostri governanti locali) cambia molto al mutare dei colori politici dell'aggredito. Quando, mercoledì, una sede del Pd è stata assaltata al Corvetto - inqualificabile violenza - un coro armonioso e potente è partito a difesa della democrazia. Quando bruciano un gazebo di Fratelli d'Italia non vola una mosca. E se mettono sotto assedio l'Arcivescovado, gli addetti all'indignazione vengono colti da improvviso mutismo. E pensare che il giorno prima erano pimpanti e presenti: c'era da condannare il presunto «censimento» della Curia sulle scuole che affrontano il tema dell'omosessualità; e non ci hanno fatto mancare il loro parere per esempio, i consiglieri e i dirigenti di Sel che hanno presentato come una «ventata di civiltà» l'Ambrogino d'oro concesso all'Arcigay «mentre si apprende una preoccupante e pericolosa iniziativa della curia milanese» - che peraltro ha chiesto scusa. Ora chi chiede scusa?

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