«Così porto in scena una Medea contemporanea»

L'attrice protagonista al Parenti del «Notturno» di Annibale Ruccello

Antonio Bozzo

Annibale Ruccello morì trentenne in un incidente stradale mentre tornava nella sua Napoli. Caro agli Dei, non ha potuto farci vedere fino in fondo la grandezza di drammaturgo. Ma per fortuna non è autore dimenticato: dal 9 al 20 novembre, il Franco Parenti alza il sipario su «Notturno di donna con ospiti», una sua tragedia interpretata da Giuliana De Sio (e altri cinque attori), regia di Enrico Maria Lamanna.

Per lei, Giuliana, il «Notturno» è un classico, vero?

«L'ho portato in scena la prima volta una vita fa, nel 1996. Poi ho smesso, dopo molte repliche. Ma ci pensavo sempre, per me era diventato un chiodo fisso, come un amore inevitabile. Ruccello era davvero bravo: chissà cosa avrebbe scritto se la sorte non ce lo avesse rubato. Merita certamente di stare vicino ai grandissimi».

Che spettacolo è?

«Sono Adriana, moglie e madre dei sobborghi di Napoli. La vicenda si svolge tra fine anni '70 e primi '80. Mio marito fa il metronotte e deve uscire, io resto sola in casa tra le mie carabattole - alcuni critici hanno voluto vederci una citazione delle buone cose di pessimo gusto di Gozzano -, ma ricevo una visita inaspettata che mette in moto ombre e angosce del passato, fino a una reazione da Medea. Gli ospiti indesiderati recano tragedia».

Una storia dura. Il pubblico come reagisce?

«Lo spettacolo, che ha già avuto centinaia di repliche in tutta Italia, è oggi più vivo che nel 1996, e anche rispetto alla prima volta che vide le scene, nel 1983. Il pubblico lo segue con partecipazione, forse perché ai giorni nostri la storia estrema e violenta entra facilmente in sintonia con episodi di una cronaca sempre più nera e spiazzante».

Ruccello scriveva in napoletano. Vi fate capire lontani dalla Campania?

«Ci facciamo capire. Adriana parla un dialetto corrotto dall'italiano televisivo. Altri si esprimono in una lingua più stretta, ma anche in Veneto o in Piemonte ci comprendono, forse non nei dettagli, ma che importa? Tradurre il testo in italiano medio sarebbe stato alto tradimento nei confronti di Ruccello e della storia. Una vicenda spinta, anche con Eros, che dà emozioni profonde. Un teatro post-Eduardo, con riferimenti cinematografici, onirico, poetico».

Difficoltà per interpretare Adriana?

«Ormai è come fosse una di famiglia. Per darle vita tocco le corde del comico, alla Fantozzi per intenderci, e quelle della tragedia di Euripide. Penso che per un'attrice sia il massimo, una fatica che ripaga».

Felice di andare in scena al Parenti?

«È la prima volta con questo spettacolo e la prima volta dopo la ristrutturazione voluta da Andrèe Ruth Shammah. Ricordo però che il Parenti è anche casa mia. Qui ho debuttato a 19 anni, nella Doppia incostanza di Marivaux, diretto da una giovanissima Shammah. Il teatro si chiamava ancora Pierlombardo e Franco Parenti era operante. Potete immaginare che emozione per me tornare lì. Anche per il giudizio del pubblico milanese, tra i più esigenti e giovani d'Italia».

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