De Monticelli, critico teatrale che diede sacralità alla parola

Il maestro milanese delle recensioni è ricordato oggi per aver donato i suoi libri a una biblioteca ravennate

Andrea Bisicchia

L'idea di ricordare il grande critico Roberto De Monticelli, non è venuta a un teatro milanese, bensì romagnolo, il «Goldoni» di Bagnacavallo, che oggi gli dedica una serata dal titolo: Il sentimento della parola, nel Ridotto del teatro, che il sindaco Eleonora Proni ha restituito alla cittadina. L'occasione è data dalla donazione di un migliaio di libri della biblioteca di De Monticelli, a «La bottega dello sguardo», guidata da Renata Molinari, figura storica del teatro milanese, non solo per essere stata collaboratrice editoriale di Franco Quadri, ma per aver insegnato alla scuola Paolo Grassi. Cosa vuol dire: il sentimento della parola? Vuol dire che ogni recensione o saggio critico che De Monticelli scriveva per il Corriere della sera, erano costruiti sulla ricerca spasmodica della parola, non quella che si fa carne di Testori, ma quella che si fa memoria di qualcosa che il critico ha visto e immortalato sulle pagine del quotidiano.

Le recensioni di De Monticelli furono raccolte in quattro volumi, editi da Bulzoni, che costituiscono un patrimonio, direi unico. Per chi lo frequentava come me, De Monticelli era una guida, un maestro, non solo di scrittura, ma anche, di etica professionale, disciplina. Diceva sempre che il lavoro del critico non lo si può improvvisare, perché fondato su rigore, severità, prima nei confronti di se stesso e poi di chi si andava a giudicare. Lo si chiamava «maestro» perché la sua idea di critica era quella di «educare» il pubblico, col quale bisognava intraprendere un dialogo. Per questo motivo, egli meditava a lungo sulla parola, persino sull'uso di un aggettivo, oltre che sul ritmo della frase. Era contrario a ogni forma di improvvisazione, non amava il teatro degli avventurieri, quelli che Strehler chiamava i «sicofanti della scena» e neanche quello dei «teorizzatori», per lui gli spettacoli dovevano «essere scritti» sul palcoscenico.

Si diceva che non amasse la sperimentazione, le fatue avanguardie, non era vero. Le cose che non amava erano il pressappochismo, l'assenza di logica scenica, l'uso sconsiderato della parola, sostituita col gesto. La «ricerca» doveva avere un senso, un valore artistico, anzi, quando li trovava, li esaltava. Qualche collega gli riconosceva un «metodo», persino Quadri ha confessato di essere stato, da giovane, un accanito lettore delle recensioni di De Monticelli, anche se, per motivi generazionali, fece altre scelte, riconoscendogli sempre la capacità di «rappresentare», sulla pagina, ciò che aveva visto. E Giovanni Raboni che lo sostituì, dopo il decesso, ammise che bisognava partire dalla «lezione» di De Monticelli, dal modo con cui utilizzava la parola, anche quella che non veniva formulata sulla scena. La sua era una scrittura che tendeva al saggio critico, che egli andava precisando nei suoi lunghissimi articoli sulla «terza pagina», dove riusciva a teorizzare su tutto: regia, attore, modalità rappresentative, persino nuove figure, come i manager che si affacciavano sulla scena, che accettava con un certo pessimismo, o, ancora, sui concetti di consenso e di dissenso. Lavorava giorno e notte. Lo ricordo al tempo della Associazione nazionale dei critici di teatro, quando arrivava, al mattino presto, con le sue proposte. Per lui la critica era una missione. Accademia Perduta\Romagna teatri ha affidato a Roberta Arcelloni e al figlio la costruzione della serata, Guido leggerà: Milano in quelle notti: dal Luna Park del «Nost Milan» a quello dell'Opera da tre soldi, L'attore, una ricerca di identità e Il grande scandalo del giornalismo.

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