La favela nel centro di Milano: così si uccidono i sudamericani

Piazzale Loreto come una favela di Rio de Janeiro. Prima gli spari alle spalle, poi lo scempio sul cadavere con un coltello. Il tutto davanti agli occhi sconcertati dei passanti

La favela nel centro di Milano: così si uccidono i sudamericani

Non siamo nella favela della Rocinha o di Villa Cruzeiro a Rio de Janeiro e neanche nella Bajo Flores bonarense, ma in pieno centro a Milano, in piazzale Loreto, a poche centinaia di metri dal commercialissimo corso Buenos Aires e sono le 19 di sabato, orario nel quale si concentrano migliaia di persone dedite allo shopping e in procinto di iniziare la serata.

Purtroppo però ci sono anche i balordi, due in particolare, che arrivano di corsa dalla vicina via Padova, inseguono una persona ed esplodono alcuni colpi di pistola mirando alla schiena. Il ragazzo si accascia a terra ma uno dei due soggetti, non soddisfatto, lo assale al suolo con colpi di arma da taglio. I due delinquenti si danno poi alla fuga verso via Padova e tutto sotto gli occhi delle telecamere di sorveglianza della vicina banca e di numerosi testimoni.

A terra rimane Antonio Rafael Ramirez, dominicano di 37 anni, clandestino, con ferite alle gambe e alla schiena che ha poi avuto un arresto cardiaco ed è stato portato d’urgenza al San Raffaele; l’uomo ha perso molto sangue, gli hanno fatto una trasfusione, è stato operato, ma resta gravissimo.

I medici del 118 pare non abbiano trovato ferite di arma da fuoco sul corpo della vittima, ma le testimonianze che riferiscono di aver visto e sentito l’arma sono numerose: “Abbiamo visto che lo picchiava, poi d’improvviso ha tirato fuori la pistola e ha fatto fuoco dapprima a terra. Poi si è spostato e ha sparato altre due volte”. E ancora: “Mi sono girato di scatto e ho visto quei due che colpivano l’altro, probabilmente con un coltello. Poi un altro colpo di pistola, davanti alla gente che passava, prima di scappare verso via Padova". “Uno ha estratto la pistola e ha sparato, l’altro è caduto e un terzo lo ha quasi travolto per poi accoltellarlo con una raffica di fendenti alla schiena”. “Ho visto tre che litigavano, poi il mio amico è fuggito verso piazzale Loreto. Abbiamo sentito degli spari”.

Le circostanze e le motivazioni dell’agguato non sono ancora del tutto chiare ma alcune testimonianze possono aiutare a ricostruire parzialmente la scena. Vittima e aggressori pare fossero tutti sudamericani e la lite sarebbe partita a pochi metri dal luogo della tragedia, all’inizio di via Padova, nei metri tra il bar civico 3 e il parrucchiere “Studio 54”. La vittima abitava poco lontano da lì e frequentava il bar.

Passanti indicano che in quel punto, così come alla vicina fermata del bus, stazionano spesso sudamericani in stato di ebrezza che lasciano a terra bottiglie di birra e che danno spesso in escandescenza e del resto non è l’unico posto di via Padova dove ciò avviene. Passare giornate intere a bere cartoni di Heineken da 66cl sembra essere il passatempo preferito di alcuni gruppi di latinos della zona.

Non è ancora chiaro se la lite sia partita minuti prima dell’aggressione o se all’origine ci sia un litigio avvenuto la sera prima in un locale della zona.

E’ aperta anche l’ipotesi di un regolamento di conti tra pandillas, le bande sudamericane che per tanto, troppo tempo, hanno insanguinato Milano. A portare verso tale ipotesi ci sono alcuni elementi di non poco conto: in primis l’apparente giovane età e l’abbigliamento degli aggressori che, secondo alcune testimonianze, pare avessero un fazzoletto sul volto, cappellino e cappuccio, abbigliamento che spesso contraddistingue i “mareros”, i membri delle pandillas. Altri elementi di interesse sono i giubbotti bianchi e grigi degli aggressori e il cappellino “NY Yankees della vittima”: non è detto che significhino qualcosa, ma gli esperti che conoscono bene la simbologia delle pandillas possono forse trovarvi utili elementi.

Vi è poi la spavalderia e la non curanza con le quali hanno agito i due delinquenti, sparando e aggredendo con un’arma bianca il malcapitato davanti a tutti, fregandosene totalmente di chi avevano intorno. Senso di impunità? Pensavano di essere i boss del quartiere? Del resto le modalità di aggressione delle bande di latinos sono quelle e basta pensare all’aggressione subita dal capotreno Carlo Di Napoli nel giugno 2015, quando un gruppo di latinos appartenenti alla pandilla MS-13 lo ferirono con un machete e l’uomo rischiò l’amputazione di un braccio, oppure a quella avvenuta all’ex Fnac di corso Torino con armi da taglio nel 2011, in pieno orario di punta.

Anche le modalità dell’attacco in sé, con armi di diversa tipologia e l’accanimento con armi da taglio sulla vittima a terra ricordano precedenti dinamiche di aggressioni messe in atto da membri di pandillas, non solo in Italia ma anche in altri paesi.

Non dimentichiamo inoltre che in via Padova e zona parco Trotter sono da tempo attivi gruppi legati a pandillas come Barrio 18 e MS13 ed è proprio verso via Padova che gli aggressori sono fuggiti, ritenendo forse la zona un luogo sicuro dove potersi nascondere.

I precedenti

Lo scorso gennaio i Carabinieri avevano fermato e denunciato, sempre nella stessa zona, tre giovani, che avevano aperto il fuoco con una pistola a salve contro una ragazza; si trattava di un colombiano e un peruviano, entrambi del ’92, e di un ecuadoregno dell’80, risultati vicini alle “pandillas”.

Lo scorso 3 luglio Albert Dreni, un ragazzo di origine albanese era stato accoltellato a morte da un gruppo di delinquenti appartenenti alla pandilla MS-13 in zona Bocconi. Pochi giorni fa invece, il 9 novembre, alle 15:30, tre cileni a bordo di una Opel Astra, probabilmente legati al giro dei “topi d’appartamento”, si erano schiantati contro alcuni passanti nel tentativo di sfuggire a una pattuglia dei carabinieri.

È evidente che a Milano ci si trova di fronte a un problema molto serio per quanto riguarda la criminalità dei latinos, tanto che il capoluogo lombardo era di recente stato citato a riguardo anche da alcuni siti statunitensi che si occupano di studiarne il fenomeno. A questo punto sono necessarie delle risposte immediate, non soltanto cautelative, ma anche preventive, per arginare un fenomeno che è forse stato sottovalutato per troppo tempo, prima che Milano venga ufficialmente battezzata “la capitale europea della criminalità latinoamericana”.

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