I tranvieri: «Giusta la divisa, basta tassisti-barboni»

C’è chi sfoggia l’impeccabile camicia azzurra con mostrine neri e chi piegato dal caldo indossa la più comoda e fresca polo azzurra in cotone. Tutti uguali, gli uomini come le donne, anche se per accontentare le dame più chic l’azienda ha aggiunto la gonnella blu tra i capi ufficiali.
I tranvieri sono abituati alla divisa e ne fanno quasi un vanto. «Praticamente è come se non mi fossi mai congedato dalla leva», scherza Francesco, una vita in carrozza, mentre scambia due chiacchiere con i colleghi al chiosco Atm di piazza Cordusio. Sull’altro lato della strada, ecco la piazzola dei tassisti. Se ne stanno tutti in piedi appoggiati all’auto bianca. Chi in camicia rosa, chi in maglietta bianca senza maniche o addirittura in bermuda. «Qui a Milano i tassisti sembrano barboni», esordisce il tranviere Giorgio, mentre getta l’occhio al di là del marciapiede. Parole sante, commenterebbe l’assessore alle Attività produttive, Giovanni Terzi.
È stato proprio Terzi, in questo agosto torrido, ad avanzare la proposta di istituire una divisa anche per i conducenti dei taxi. Anche loro hanno una funzione pubblica, d’altronde. Intanto che ci siamo, perché non indottrinarli un po’ anche sulle lingue? E allora ecco l’altra proposta: corsi d’aggiornamento in inglese. Così il rozzo tassista milanese si trasforma in un damerino di Oxford. «Giusto così», dice Giorgio prima di salire sul «suo» tram. Altri suoi colleghi però hanno qualche dubbio. «Ma cosa serve la divisa ai tassisti? È vero, qualcuno magari esagera con il vestiario sportivo o quasi da spiaggia. Ma allora che si faccia un semplice richiamo. La divisa non serve nemmeno a identificarli, c’è già l’auto che li rende visibili a tutti. Piuttosto l’assessore trovi un modo per rendere meno care le corse. In tutta Europa costano meno che a Milano», dice Vincenzo, in servizio sul 2.
Sulla divisa ai tassisti il dibattito tra i tranvieri al chiosco di Cordusio è davvero acceso. «Sicuramente sarebbero più belli da vedere - dice Andrea -. E poi è giusto che chi fa servizio pubblico sia immediatamente riconoscibile dalla gente, proprio come lo siamo noi». «Ma no, cosa dici? - replica Alfredo -. Loro sono privati, noi invece lavoriamo per una municipalizzata. Hanno già scritto “taxi” sul tetto della macchina, più riconoscibili di così...». Sulla stessa linea anche Francesco. «Non è un grosso problema, io indosso la divisa e mi sento bene. Però per i tassisti non so a cosa possa servire. Mi sembra una pretesa inutile».
Diverso quando il discorso scivola sull’inglese. Qui i tranvieri hanno un’opinione pressoché unanime. «È giusto che parlino inglese in modo corretto, con tutti i turisti e gli stranieri che girano per Milano mi sembra il minimo», commenta Massimo. Francesco promuove la proposta di Terzi e lancia un appello. «Che ce li faccia fare anche a noi, i corsi d’inglese. Da anni chiediamo all’azienda di aggiornarci. Ne abbiamo bisogno, tantissimi stranieri ci chiedono informazioni in inglese. E devo ammettere che solo un conducente su dieci è in grado di capire e rispondere senza fare figuracce o incorrere in incomprensioni». «Io sono una “chiavica” in inglese - conferma Andrea, marcato accento partenopeo -. So giusto dire “mangiare” e “dormire”. Spesso sono in difficoltà con i turisti. Parlano così veloce...». Ma secondo i tranvieri i tassisti non sono già in grado di parlare bene in inglese. «Be’, meglio di noi sì, ma non ci metterei la mano sul fuoco. Certo, la maggior parte credo se la cavi, anche se magari con qualche impaccio di troppo. Io credo che comunque debba essere una prerogativa di tutti coloro che prestano un servizio pubblico sapere benissimo l’inglese», dice Massimo. Anche Terzi ne è convinto.

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