«Macché virtuale Abbiamo capito che la cultura si nutre di fisicità»

L'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, pronto a ridisegnare i cartelloni e a trovare nuove vie per i musei e i teatri

«Macché virtuale Abbiamo capito che la cultura  si nutre di fisicità»

Concerti in streaming, visite virtuali ai musei, messinscene teatrali su Facebook. Il nostro futuro sarà la cultura digitale, assessore Filippo Del Corno?

«Proprio no, e poi ancora no. Se c'è una lezione che questa fase di emergenza ci sta dando è proprio nell'indispensabilità della fisicità della cultura. Un quadro va osservato da vicino per captarne la forza dei colori e della materia, un'orchestra deve avvolgere i nostri sensi, la magia del palcoscenico sta proprio nel contatto vitale tra attori e spettatori».

E allora, tutto questo battage sulla rete è soltanto un palliativo?

«Sarebbe questo il termine più azzeccato. In realtà, l'intensa attività di comunicazione di questo periodo è sacrosanta perché l'unica possibile e serve a sottolineare la funzione pubblica e istituzionale che ha la cultura nella società. Serve a dire: ci siamo e resistiamo».

Come assessore alla Cultura del Comune, come si è attivato in questa era digitale?

«Sostanzialmente in tre modi: il primo è nel valorizzare l'accessibilità del nostro grande patrimonio artistico con visite virtuali alle collezioni. In questo senso l'emergenza diventa un'opportunità perché ci consente di raccontare al pubblico storie inedite, come la grande raccolta di opere grafiche custodite nelle collezioni del Castello Sforzesco, molto difficili da mettere in mostra in condizioni normali».

Gli altri due modi?

«Uno lo definirei ludico e si rivolge al bambini, con una serie di giochi e attività promosse sulle pagine social del Museo Archeologico e del Museo di Storia Naturale. L'altro riguarda la divulgazione di focus tematici su mostre temporanee sulla carta ancora in corso, come quella su Georges de La Tour, faticosamente costruita con prestiti da 28 musei internazionali e di fatto esposta ai milanesi soltanto per una settimana...».

A proposito, che ne è delle mostre temporanee del periodo pre-Covid, come anche quella della collezione del Guggenheim?

«Sono di fatto congelate, nel senso che i capolavori sono ancora tutti custoditi a Palazzo Reale in base ad accordi stipulati in extremis con i musei prestatori. A questo proposito, la mia intenzione sarà ottenere una proroga delle esposizioni per quando avremo la possibilità di riaprire».

E invece che fine fa il palinsesto delle mostre del 2020, ma a questo punto anche quello del 2021, viste le tempistiche che i progetti espositivi richiedono?

«Stiamo ovviamente riprogrammando tutto cercando, laddove sia possibile, di far slittare il cartellone di qualche mese. Sarebbe un vero peccato buttare a mare mesi di ricerche e di accordi. Sposteremmo in autunno le mostre che erano previste per questa primavera, come la grande antologica su Carla Accardi a Palazzo Reale o come quella sull'artista cubana Tania Bruguera al Pac. Altri eventi scivoleranno inevitabilmente al 2021, penso al programma sul Talento delle Donne oppure la mostra sul Giappone contemporaneo».

Purtroppo la cultura sarà uno degli ultimi settori a ripartire ma, con il rischio contagio, nulla sarà come prima per quanto riguarda la fruizione da parte del pubblico. Come si sta preparando per la fase 2?

«Per le mostre affineremo misure di sicurezza già attivate all'inizio dell'emergenza, con un piano che potrebbe cambiare per sempre (forse anche in meglio) l'accesso del pubblico ai musei. Penso a visite rigorosamente su prenotazione e contingentate per fasce orarie. Si eviteranno code e ogni visitatore avrà la possibilità di godere le esposizioni nel contesto migliore. Detto questo, resto convinto che la sicurezza sarà una questione soprattutto di responsabilità individuale. E certamente il pubblico dei musei mi pare più affidabile di quello degli stadi».

Per i musei forse sarà più semplice, ma a pagare lo scotto maggiore saranno gli spettacoli che in fondo erano il vero fiore all'occhiello in città: la Scala, le orchestre, i teatri, come faranno?

«Sarà dura e la ripartenza non potrà essere che graduale e a tappe. Andare a teatro diventerà come imbarcarsi su un volo aereo, ovvero con accessi contingentati per fasce orarie a seconda della fila dei posti a sedere. Le platee poi, potranno essere solo in parte utilizzabili e non sarà un'operazione facile da risolvere anche perché molti teatri, come la Scala, sono vincolati e quindi non modificabili nella struttura».

Sta dicendo che assistere a uno spettacolo diventerà un privilegio per pochi?

«Assolutamente no. Penso invece che andranno modificati soprattutto i processi produttivi. Ogni spettacolo dovrà avere due repliche, magari una alle 19 e una alle 22 per spalmare l'accesso degli spettatori. Diventerebbe interessante osservare come la partitura di un grande pianista può cambiare nell'arco della stessa serata. Ma questa rivoluzione potrebbe avere anche altri aspetti positivi».

Quali ad esempio?

«Le istituzioni dovranno necessariamente lasciare più liberi i teatri nella programmazione, sganciandoli dagli attuali vincoli che in questi anni hanno generato una bulimia di produzioni a cui erano legati i finanziamenti pubblici. Dovremmo seguire il modello tedesco, in cui il sostegno pubblico avviene secondo non secondo la logica contributiva, ma del conferimento di fondi sulla base della serietà di un ente di spettacolo. Si sceglie di premiare una realtà e si fa un controllo a posteriori sulla qualità: ma se poi per ipotesi quel teatro decide per una sola grande produzione annuale, deve essere libero di farlo. Di questo e altri grandi temi stiamo discutendo al tavolo del ministro con i dodici assessori alla cultura dei grandi capoluoghi italiani: colori politici diversi, ma grande spirito di collaborazione».

A soffrire della situazione sono oggi soprattutto le piccole realtà teatrali del nostro territorio. Molte rischiano di morire. Come pensate di aiutarle?

«In questa fase di emergenza abbiamo sganciato completamente i nostri contributi da ogni vincolo, appunto: per questo continueremo a finanziare i teatri anche a fondo perduto. Nella fase due dovremo completamente ripensare tutte le convenzioni, sulla falsariga di quanto detto, dunque senza la politica degli indirizzi di programma che è figlia degli anni '90».

Miart è stata spostata a settembre, una data che pare esageratamente precoce. Se le immagina migliaia di visitatori che si aggirano per gli stand con le mascherine?

«Faccio un po' di fatica, però è anche vero che qualche mese fa chi mai avrebbe immaginato di aver bisogno di una App per andare a fare la spesa al supermercato, con tanto di mascherina? Ormai tutto è possibile...».