Tra musica e imitazioni una comicità in stile Zelig

«Il fatto è che mi annoio». La spiega in modo semplice, Giovanni Vernia, la sua voglia di cambiare spettacolo come si fa con l'armadio al cambio stagione. «Non ce la faccio ad andare in scena con le stesse cose per troppo tempo». Ad aprile il comico genovese, volto celebre di casa «Zelig» grazie al suo discotecaro ottuso Jonny Groove, calcava il palcoscenico del Manzoni con lo show Sotto il vestito: Vernia. Da domani riparte al Nazionale (ore 21, ingresso 33-20 euro, info 02.00.64.08.35) con Vernia o non Vernia: questo è il problema, titolo d'evocazione shakespeariana che mantiene il dilemma essere o non essere, ma soprattutto: chi essere? «Ho due anime, spiega il comico capace di parodie irresistibili di Fabrizio Corona, Marco Mengoni e il milionario vacanziero Gianluca Vacchi quella seria e razionale da ingegnere laureato a pieni voti ed ex rappresentante di una multinazionale americana e quella da uomo di spettacolo, comico abitato da un vero e proprio demone del surreale». Insomma, un Mister Hyde buono che cominciò a fare il giullare a casa («facendo incavolare i parenti alle feste con le imitazioni») per poi farne una professione («quando mia moglie mi disse: se ti piace recitare, molla tutto, perché io credo in te»). Lo show al Nazionale gode della regia griffata di Giampiero Solari e non mancherà una dedica alla sua Genova: «Quando parlo della mia città spiega il comico sorrido di alcuni difetti locali, come quello di smontare l'entusiasmo per ogni proposta. Questa volta, però, le regalerò una carezza particolare, perché se la merita». Sul palco c'è anche Marco Sabiu, spalla musicale ideale per un Vernia capace di cantare e ballare. «Nel repertorio c'è di tutto dal melodico italiano, al pop internazionale, al rap, fino al trap». Non solo presa in giro, però: «Molti oggi ironizzano sui rapper ma il motivo del loro successo è fondato su qualità solide. Scrivono testi di sintesi, hanno una tecnica ritmica non indifferente. La verità è che noi italiani siamo diventati un popolo di criticoni, e i social network ci hanno pure peggiorato».

FGat

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