Le nuove stagioni

Il cartellone del Piccolo è l'esempio di un'epoca che vede i registi poveri di idee e schiavi degli adattamenti

Andrea Bisicchia

Nell'epoca delle manipolazioni, quale posto occupa l'adattamento di un'opera teatrale? Il problema sorge nel momento in cui, analizzando i cartelloni della prossima Stagione, ci si accorge che, a parte alcuni classici, le altre produzioni sono, in gran parte, testi adattati. É sufficiente guardare la programmazione del Piccolo Teatro, per accorgersi come, in essa, prevalgano adattamenti di tutti i tipi, a cominciare da Cuore di cane di Bulgakov di Stefano Massini, lo spettacolo più atteso, anche perché l'autore ha scelto da tempo di lavorare su testi altrui come per il recente Freud, rielaborandolo con assoluta competenza. C'è anche la ripresa di Uomini e no con la regia di Rifici, adattamento del romanzo di Vittorini, non certo un capolavoro, ma viene riscattato dalla messinscena. Le ospitalità sono quasi tutti adattamenti, da Ragazzi di vita regia di Popolizio a La signorina Else regia Tiezzi a Il servo di Maugham regia Andrea Renzi e Pierpaolo Sepe a La tempesta adattata da Roberto Andó, a La scortecata di Basile adattata da Emma Dante. Il piatto forte é costituito dalle riscritture di Eugene O'Neill con la selezione di alcuni capitoli importanti, di The Twelve dal poema di Blok e di una «reincarnazione» tratta da alcuni estratti di Le tre sorelle, certamente, l'operazione più curiosa. Qualcuno potrebbe farmi osservare che già Eschilo, Sofocle, Euripide, avevano adattato per la scena un materiale preesistente avendogli dato un' autonomia sia linguistica che scenica. Lo stesso potrebbe dirsi per Shakespeare che adattava le novelle altrui o per Pirandello che adattava le proprie. Guardando i risultati potrei rispondere che si trattava di adattamento d'autore che, per professione aveva scelto di essere un creatore tanto che le loro opere hanno subito la rievocazione altrui. Oggi, gli rielabolatori di testi si moltiplicano, forse, con la consapevolezza di essere degli autori mancati, poco interessati alle accuse di essere infedeli, volgarizzatori, opportunisti e qualche volta mercenari. Credo, però che l'accusa più giusta sia quella dell'autoreferenzialità. A dire il vero gli autori originali mancano perché non riescono a trovare un nuovo linguaggio che possa giustificare la loro creatività, com'era accaduto per Dario Fo e Giovanni Testori. Oggi, si registra la categoria degli attori/autori/adattatori, tanto che molti attori aspirano a essere chiamati anche scrittori, come dire che tutti possono scrivere e non importa se alla fine, la scrittura mostri dei connotati provvisori. Ecco, nell'ora, la differenza tra uno scrittore vero e uno che si improvvisa: il primo aspira all'eternità, il secondo alla caducità. In altre occasioni esprimendomi sui generi teatrali ho sottolineato come siano soggetti a esaurimento, come quel teatro dell'oralità che ha avuto il suo acme negli anni settanta con il Vajont di Paolini. Chi dette all'adattamento un vero prestigio artistico fu Luca Ronconi che, utilizzando la rielaborazione di Sanguineti dell' Orlando Furioso, dette l'avvio a una sua personale e prestigiosa stagione che, partendo da Quel pasticciaccio brutto di via Merulana é arrivato a Infinities di Barrow alla Lehman trilogy di Massini. L'abuso che oggi se ne fa ha generato una sorta di svalutazione critica del «genere» dovuta al ricorso indiscriminato dell'intertestualità tanto che gli adattamenti possono essere considerati dei puri e semplici derivati che corrisponderebbero a modalità secondarie della scrittura teatrale. C'é chi giustifica questo tipo di operazione parlando di destrutturazione o di decostruzione secondo una definizione di Derida, solo che simili operazioni portavano a un uso sconsiderato di più testi, di più autori, tanto che si arrivava all'adattamento finale mettendo il fruitore nella situazione di non comprendere nulla. Simili operazioni, il giorno dopo, finivano nel dimenticatoio perché il vero adattamento non sopporta la complessità.

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