Cronaca locale

"Sognavo l'agricoltura e una vita da mediano"

L'ex nerazzurro oggi talent scout: "Come mio fratello Franco iniziai sull'aia, ma volevo fare il contadino. Sognavo l'agricoltura e una vita da mediano"

"Sognavo l'agricoltura e una vita da mediano"

L'altra faccia dei Baresi. L'imprinting è quello, però in questo caso il sangue è nerazzurro. Giuseppe «Beppe» Baresi, Baresi I, è nato il 7 febbraio 1958 a Travagliato. All'Inter 1977-1992, 559 presenze e 13 gol, scudetti 2 (1979-80, 1988-89), Coppa Italia 2 (1978, 1982), una Supercoppa Italiana (1990) una Coppa Uefa (1991). Tra prima e dopo, una vita nerazzurra.

Però anche lei, come Franco, all'inizio era milanista.

«A quei tempi tutti eravamo ammaliati da Rivera. Poi il sangue è cambiato velocemente».

Primi calci a un pallone?

«Sull'aia. Vivevamo in una tipica cascina lombarda con un cortile interno, duro. Ho cominciato a inseguire un pallone lì, spesso a piedi nudi perché non c'erano molte scarpe da rovinare a quei tempi. C'erano sei famiglie, quelle di mio padre e dei suoi tre fratelli, due in affitto. Aspettavamo che tagliassero l'erba per il fieno, così avevamo due giorni in cui potevamo giocare sui prati. Poi l'erba ricresceva».

Lei, a parte la destinazione, stesso percorso di suo fratello.

«Eh sì, aia, prati, oratorio, Inter. All'oratorio giocavo centrocampista, Venturi all'Inter mi mutò in terzino sinistro. Sono partito con un anno d'anticipo su mio fratello destinazione il convitto di Famagosta. Lì legai con Bini, che era più grande di me e con Pancheri che era del mio paese».

Una volta disse che avrebbe voluto fare l'agricoltore.

«Ci ho pensato fino a quando non ho capito che il calciatore era diventato un mestiere. A me è sempre piaciuta la campagna, fin da piccolo aiutavo. Alla fine la campagna l'abbiamo dovuta lasciare, mio papà è stato male. Se avessi guadagnato prima, avrei comprato i terreni. Mi piaceva, anche se l'agricoltore è un lavoro faticoso. Ricordo che mio padre si alzava alle cinque e non sapeva quando finiva. Meglio il giocatore». (ride)

Tutti mi hanno raccontato che l'inizio a Milano non è stato facile.

«Si figuri per me che abitavo in campagna e il mio mondo erano cinquanta persone. Mi sono chiesto: vado o non vado? Mi convinsero. Avevo un carattere chiuso, ero taciturno, poco propenso ad aprirmi».

Poi ci si abitua, si cresce, si esordisce in serie A.

«In campionato a Vicenza, 18 settembre 1977. Mi ricordo una grande emozione, però non sono mai stato apprensivo. La verità? Non avrei mai immaginato questa carriera, sono partito da casa senza pensare a diventare professionista, ma ho sfruttato l'occasione».

A promuoverla fu Bersellini.

«Una grande persona. Lo chiamavano "il sergente di ferro". Pretendeva molto e stabiliva regole, chiedeva attenzione e impegno. È stato uno dei primi a cambiare metodo di allenamento, arrivò con il preparatore, figura non ancora così diffusa».

Il mitico Armando Onesti, detto «il sarto».

«Era sarto per davvero, faceva anche vestiti su misura, era più di un hobby. Un altro calcio, quello, gli amici venivano in ritiro e giocavamo a carte. C'erano contatti diretti con tifosi e giornalisti. Ricordo Alberto Zardin, informatissimo cronista della Gazzetta».

Grazie del ricordo, era un amico. Gli '80, i migliori del nostro calcio.

«In Italia prima o poi arrivano tutti i grandi. Da Maradona a Zico, da Platini a Van Basten, da Falcao a Matthäus».

E lei era il "mastino" chiamato ad annullare il migliore.

«Limitare, diciamo. Marcavo le mezze punte, i fantasisti che decidevano le partite. Da Rivera ad Antognoni, a Maradona, a Platini, a Zico. Ma questi erano difficili da prendere, invece ricordo grandi duelli fisici con Causio, Claudio Sala e Novellino. Vere battaglie, ma con rispetto».

Per un paio d'anni ha vissuto con suo fratello.

«Una convivenza tranquilla, tra noi c'è sempre stato un buon rapporto. Io facevo la mia vita e lui la sua, ci vedevamo quando si andava a letto. La settimana del derby si discuteva, si facevano pronostici, si scommetteva qualche cena. Il primo derby me lo ricordo bene, marcavo Rivera, il primo grande campione da limitare. Il secondo anno affrontai mio fratello. Ora sarebbe un bel trambusto mediatico con due fratelli contro. Ma allora era tutto meno visibile».

Cosa faceva a Milano un ragazzo-calciatore all'inizio degli '80?

«Cinema, amici, qualche locale. Non troppi, anche se il periodo che li frequentavo di più ha coinciso con un calo del rendimento. In azzurro sono stato agli Europei '80, al Mundialito '81 ma niente Mondiali '82».

Ha fatto il malandrino?

«Malandrino no. Ma, inconsciamente, ho passato un momento senza essere sul pezzo e nel calcio bisogna starci sempre. Quando pensi "sono forte, sono bravo, non ho bisogno di niente", gli altri ti passano davanti».

Il miglior compagno di strada?

«All'inizio Oriali, nella seconda parte, Bergomi. Con lo "Zio" ora giochiamo a padel».

Gli allenatori cardine della sua carriera?

«Bersellini è stato quasi un padre per me, un punto di riferimento. A Trapattoni sono grato perché mi ha aiutato a smettere, mi ha fatto capire che a un certo punto bisogna fare altro. Quando mi lasciava fuori mi spiegava il perché».

Dopo, ha seguito il settore giovanile ed è stato il secondo di Mourinho nei due anni d'oro. Com'era?

«Numero 1 nella gestione delle persone, bravissimo a trasmettere le sue idee. Facile entrare in sintonia con lui. Poi i risultati aiutano".

C'è qualcosa che non rifarebbe?

«Direi di no, ho avuto più di quanto credevo. Non cancellerei nulla, neanche gli sbagli, fanno parte di un percorso».

Sua figlia Regina gioca a calcio.

«All'inizio, sia io che mia moglie abbiamo cercato di sviarla. Lei era brava in tutti gli sport: tennis, cavallo, nuoto. Ma la sua passione era il calcio e alla fine abbiamo ceduto».

Ora,

per l'Inter, fa lo scout. Come cambia il calcio?

«Guardo partite di tutto il mondo. Adesso ci sono un po' meno campioni nel senso pieno della parola, più atleti-calciatori. Qualche campione, però, si trova sempre».

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