Un superbo Orsini eleva la «favola» di Ibsen

Al Teatro Grassi «Il Costruttore Solness», dramma borghese per la regia di Serra

Andrea Bisicchia

Lo spettacolo della settimana è «Il costruttore Solness» di Ibsen, con la regia di Alessandro Serra, protagonisti: Umberto Orsini e Lucia Lavia. Si tratta di uno spettacolo che fa parte del «Progetto Ibsen» insieme a «Il nemico del popolo» con Massimo Popolizio, e «John Gabriele Borkman» con Gabriele Lavia. Tre testi che portano, al centro della scena, la figura del grande attore, nel momento in cui si registra la crisi della regia, lasciando spazio alla «regia di servizio». Sembrerebbe di essere ritornati a un teatro di fine Ottocento, in verità non è così, sia perché la figura dell'attore è cambiata, sia perché, spesso, l'attore è regista di se stesso. A dire il vero, Alessandro Serra, premio Ubu per il «Macbettu», pur mettendosi al servizio di Orsini, ha creato uno spettacolo che, in fondo, appartiene alla sua poetica, partendo, soprattutto, dallo spazio, non certo di matrice naturalista, ma attento ai valori simbolici del testo, uno spazio grigio, come grigi sono i costumi dei personaggi, come grigia è la vita di Solness accanto alla moglie Alina. Sul palcoscenico notiamo delle quinte mobili che si aprono e chiudono, che fanno intravedere delle finte porte che alludono ad alcune porzioni invisibili, sia dello studio che dell'interno della casa di Solness che troviamo già in scena, assorto, silenzioso, pensante, che si aggira lentamente fino a quando non va ad accarezzare Kaja che gli sta di spalle. È la prima donna che vediamo in scena e che manifesta uno strano rapporto con Solness, ritenuto da lei una specie di divinità, tanto da essersi innamorata di questa sua idea, certamente non corrisposta da Solness che ha altre ambizioni. Kaja è giovane come il suo fidanzato Ragnar che lavora nello studio del costruttore, e come lo è Hilde, anche lei innamorata di una sua immaginazione, avendo conosciuto Solness all'età di 12 anni, nel momento più esaltante della sua carriera ed avendo ricevuto da lui una promessa, accompagnata da alcuni baci sulla bocca, che qualche esegeta ha interpretato come pulsioni pedofile. Solness le avrebbe promesso di costruire un castello dove lei sarebbe stata la principessa. All'interno del dramma, Ibsen inserisce la dimensione favolistica che, a sua volta, crea un alone di ambiguità, dato che Solness finge di non ricordare o non ricorda affatto. Umberto Orsini è superbamente bravo nel mostrare questa ambiguità, accompagnandola con quel tanto di indifferenza che lo rende un po' distante da chi gli sta attorno. C'è, nella sua interpretazione, qualcosa di sciamanico che gli permette di trasformare i desideri in realtà attraverso un processo di immedesimazione col personaggio, come accade con Kaja e come era accaduto con Hilde, quando aveva desiderato veramente di baciarla e così è stato. È vero che dietro c'è la favola della bambina, ma è anche vero che c'è la consapevolezza di Orsini-Solness di averlo voluto fare, con la convinzione di essere un eletto, una persona predestinata che ha il potere di desiderare qualcosa che, alla fine, è sicuro di ottenere. Questa sua volontà di potenza, Solness l'ha sperimentata con altre donne che ha desiderato a suo modo. Un simile desiderio è assente nel rapporto con la moglie, con cui, strindberghianamente, ha ridotto il matrimonio a una specie di duello, a causa dell'antefatto attorno al quale si sviluppa l'azione, quello della «casa bruciata», (altro titolo strinberghiano) che ha causato la morte dei due figli e che è stato causa dell'infelicità.

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