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Zeman, la bottega dei sogni: tutti i campioni "fabbricati" dal mister boemo

Tre epoche rossonere, una sola visione: il calcio come atto di fede e fucina di talenti: da Baiano, Signori e Rambaudi fino a Lorenzo Insigne

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Nel grande romanzo del calcio italiano, Zdeněk Zeman occupa un capitolo scritto con inchiostro ribelle. Perché il maestro boemo travalicava il semplice concetto di allenamento. Modellava destini. A Foggia trovò il suo laboratorio ideale, una città pronta a diventare officina di sperimentazione e palcoscenico per un calcio d'avanguardia. In diverse fasi della sua carriera – la prima nella seconda metà degli anni Ottanta, la leggendaria avventura tra il 1989 e il 1994, il ritorno nel 2010 e la parentesi del 2020 – il tecnico boemo trasformò una realtà periferica in una miniera di futuro.

Il primo approdo, in Serie C1, fu come il disegno preparatorio di un grande affresco. Zeman intuì che in quella terra ruvida potevano crescere calciatori disposti a correre controvento, ad accettare il rischio come vocazione. Uomini prima ancora che atleti, pronti a smarrirsi nella fatica quotidiana pur di ritrovarsi nella luce improvvisa del gioco offensivo. Ma fu nel suo secondo ciclo che l’opera prese forma compiuta. Il Foggia divenne una cometa impazzita nella costellazione del calcio italiano: ardito, verticale, spudoratamente offensivo, capace di mettere in discussione gerarchie consolidate e pigrizie tattiche. Il Foggia dei miracoli, appunto.

Baiano Foggia
La figurina di Francesco Baiano al Foggia

Da quella squadra sbocciò Francesco Baiano, attaccante d’istinto e ferocia controllata, capace di trasformare ogni pallone in sentenza. Accanto a lui prese quota Giuseppe Signori, che Zeman reinventò centravanti letale, piede sinistro come lama sottile, destinato a dominare le classifiche marcatori della Serie A. Sulla fascia volava Roberto Rambaudi, mentre in mezzo al campo cresceva Luigi Di Biagio, destinato a diventare colonna della Nazionale e simbolo di affidabilità europea.

Quel Foggia era una creatura viva anche dietro: Francesco Mancini, portiere fuori dagli schemi, difendeva la porta come un libero aggiunto; Giovanni Stroppa, giovane e impetuoso, si affacciava al grande calcio con personalità già compiuta, intuendo che l’audacia poteva diventare mestiere.

Kolyvanov
Igor Kolyvanov con la maglia rossonera - Wikipedia

Zeman guardava oltre i confini. Fece esplodere le potenzialità di due russi dal talento sottile, Igor Kolyvanov e Igor Shalimov, intelligenze calcistiche cresciute nel gelo di Mosca e maturate al sole del Sud. L’olandese Bryan Roy aggiunse leggerezza e imprevedibilità, mentre José Chamot, roccioso argentino, conferì spessore internazionale alla difesa. Passò anche Dan Petrescu, laterale rumeno dal passo elegante, destinato a palcoscenici ben più vasti, portando con sé l’idea che il calcio potesse essere una lingua universale declinata in mille accenti.

Poi il tempo fece il suo giro completo. Vent’anni dopo, Zeman tornò ancora, in Lega Pro, quando i riflettori erano più flebili ma il suo credo intatto. Ed ecco apparire un ragazzo minuto, sfrontato, con il pallone incollato al piede: Lorenzo Insigne, che iniziò a scrivere il proprio destino con gol e fantasia prima di diventare simbolo del Napoli moderno. Accanto a lui Marco Sau, finalizzatore instancabile, e il giovane difensore Simone Romagnoli, che imparò l’arte della resistenza nel calcio ad alta velocità.

Zeman non ha mai costruito semplici rose: ha educato generazioni alla vertigine. Ha insegnato che attaccare è un dovere morale, che il talento va liberato, non protetto, che la bellezza può essere un risultato quanto una vittoria.

La sua eredità foggiana va oltre le classifiche e le promozioni: da quelle parti ha inciso un’idea. E come tutti i credo autentici, continua a correre, ancora oggi, su ogni campo dove un ragazzo sogna di diventare la migliore versione calcistica di sé stesso.

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