Supplenti, stop alla chiamata diretta

La Consulta boccia la sperimentazione lombarda: i docenti potranno essere assunti solo dallo Stato

Supplenti, stop alla chiamata diretta

I docenti possono essere assunti solo dallo Stato. Anche se si tratta di supplenti annuali. Lo ha sentenziato la Corte Costituzionale che ha bocciato la cosiddetta «chiamata diretta» contenuta nella legge Formigoni-Aprea (del 18 aprile 2012) grazie alla quale le scuole potevano reclutare direttamente gli insegnanti.

Era stato il Governo a fare ricorso a giugno scorso contro la possibilità per i vari istituti di stabilire i propri supplenti annuali. Era nata come sperimentazione, contro la quale si erano scagliati sindacati e associazioni contrari a un modello di reclutamento dei docenti sganciato dalle graduatorie e affidato per i contratti annuali a concorsi di scuola, gestiti dai dirigenti scolastici. «Ancora vietata la libertà di scelta».

«E poi parlano di progresso» commenta l'ex governatore. «Doveva essere una sperimentazione - commenta l'assessore regionale alla scuola Valentina Aprea - La legge regionale censurata dalla Corte Costituzionale non apportava alcun cambiamento alle norme statali e non agiva in modo unilaterale in ambiti di competenza statali». Significa che nello spirito di quella norma così contestata non c'era alcuna intenzione da parte della Regione di sostituirsi allo Stato. Tant'è vero che le chiamate erano sottoposte al «previo accorso con lo Stato».

«Regione Lombardia - prosegue Aprea - aveva previsto di attivare una sperimentazione di selezione da parte delle scuole per i soli supplenti annuali previo accordo con lo Stato. Non c'era nessuna forzatura ma la volontà di mettere alla prova modalità innovative per superare forme di reclutamento obiettivamente arcaiche, impersonali, che non garantiscono la qualità». Ora, dice «dobbiamo ricominciare da capo».

Il modello sarà riproposto ancora una volta in conferenza Stato-Regioni. «La Corte Costituzionale non ha tenuto in sufficiente conto la leale collaborazione con lo Stato su cui si basava la norma regionale. Per altro sono anni che cerchiamo inutilmente di sottoscrivere accordi con lo Stato in questa direzione, ma vi sono resistenze che impediscono ogni passo avanti ed anche la sentenza di oggi ne è la conferma. Tutti le famiglie con figli studenti conoscono le ingiustizie delle attuali modalità di selezione dei supplenti annuali», spiega Aprea.

E dunque «ribadiamo la necessità di svecchiare la scuola, renderla più funzionale e aderente ai bisogni dei territori e del tessuto economico». Non nasconde «la delusione perché anche aspetti sperimentali e negoziali vengono frenati, ma noi lo diciamo chiaramente: non possiamo più aspettare. Abbiamo il sistema scolastico più arretrato in Europa e ne paghiamo le conseguenze in termini di competitività. Con il presidente Maroni abbiamo posto il tema dell'istruzione nell'ambito della macroregione, convinti come siamo che la qualità delle istituzioni scolastiche sia fondamento imprescindibile della ripresa economica».

Ecco perché la Regione riproporrà «al nuovo ministro dell'Istruzione l'accordo già sottoposto alla conferenza stato regione per l'attuazione del titolo V in materia di istruzione che prevede la sperimentazione per modelli innovativi di funzionamento delle istituzioni scolastiche». Intanto invece esultano i sindacati come la Flc Cgil «perentoria nel sottolineare che la sentenza della Corte, depositata il 24 aprile, ha carattere definitivo in quanto i proclami elettorali del governatore Maroni riprendono tali idee secessioniste». Sottoscrive anche l'associazione professionale Anief: «Cade prima del via il tentativo lombardo di introdurre il modello di assunzioni dei docenti per mezzo di concorsi differenziati a seconda del titolo di studi.

Se in Lombardia pensavano di introdurre anche ai dipendenti l'applicazione sistematica dello “spoiling system”, che ha distrutto la classe dirigente dello Stato, hanno evidentemente sbagliato qualche calcolo: il tentativo di controllare l'accesso all'intera pubblica amministrazione - conclude Marcello Pacifico, presidente Anief - è andato clamorosamente a vuoto».

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