Vaccino, anche i medici in attesa: «È già pronto? Non lo sappiamo»

«Quello che può accadere? Solo Gesù Santo lo sa». L’infermiera all’accettazione del pronto soccorso dell’ospedale Niguarda allarga le braccia e alza gli occhi al cielo. In fondo ha ragione: bisognerebbe avere una sfera di cristallo per prevedere quello che succederà qui tra qualche mese, quando il virus dell’H1N1 avrà raggiunto il suo picco e contemporaneamente ci sarà da gestire l’influenza stagionale. Le direzioni sanitarie degli ospedali milanesi hanno assicurato di aver attivato tutte le procedure necessarie per far fronte ad un’eventuale emergenza per la nuova infezione. Di aver seguito le circolari dettate dal Ministero della Salute e dalla Regione per farsi trovare pronti e preparati, anche al ricovero dei casi più gravi, quelli che per complicazioni mediche potrebbero aver bisogno della rianimazione. La conferma arriva dalle stesse strutture sanitarie. «Mi sembra molto difficile che ce ne siano così tanti da saturare i posti disponibili nelle rianimazioni, non creiamo allarmismi inutili», chiarisce il primario della clinica malattie infettive del San Paolo, Antonella d’Arminio Monforte. Che benedice la direttiva di non far pervenire in ospedale tutti i casi sospetti e tantomeno di sottoporli al test del tampone, come invece si era deciso di fare in un primo momento. «Altrimenti non si tratterebbe di intasamento della rianimazione, ma dell’accettazione. Comunque l’influenza non sarà così cattiva come sembra..».
Eppure le ultime previsioni parlano di un contagio di 104mila bambini solo a Milano. Senza contare che al momento non c’è una tempistica precisa sulla distribuzione del vaccino per nessuna categoria della popolazione. Personale sanitario compreso. «Chi lo sa quando arriverà il farmaco - dicono dalle corsie -. Saremo gli ultimi ad essere avvisati, come sempre...». Giusto l’altro ieri, il Ministero della Salute ha promesso di consegnare 48 milioni di dosi negli ultimi giorni di ottobre, senza però definire quali categorie verranno vaccinate per prime. Lo sapremo a breve, assicurano. E se fine ottobre fosse troppo tardi? «Il tempo minimo per poter disporre di un vaccino non può essere più che tanto compresso - spiega il professor Massimo Galli, ordinario di malattie infettive all’Università di Milano -. Se non sarà in grado di prevenire quelle infezioni che si verificheranno prima del suo arrivo, certamente servirà a ridurre l’ulteriore circolazione e a rallentare quei cambiamenti che lo possono in teoria rendere più pericoloso».
Nel reparto del Sacco che Galli dirige, c’è la più alta concentrazione di letti per malattie infettive cittadino, in grado di affrontare l’emergenza. Il punto è che ad oggi ogni previsione sull’estensione della malattia non ha alcun margine di certezza. Finora il virus è stato «galantuomo», aggiunge il professore, la frazione di casi gravi è piccola e non sembra uscire molto dalle previsioni per tutte le epidemie autunnali. Quindi? «Non posso non essere preoccupato, perché preoccuparsi è il nostro compito - continua -. La mia preoccupazione riguarda anche quanto c’è di imprevedibile quando si fronteggia qualcosa di nuovo. Vorrei però che fosse presa in senso positivo: siamo in allerta, in attesa non passiva. Se dovessimo pensare di tenere in ospedale tutte le persone con un po’ di tosse o febbre, avremmo bisogno di allestire dieci San Siro a reparti di malattie infettive». E per tutti il consiglio è lo stesso: evitare il panico e l’intasamento inutile degli ospedali.
«Il collo di bottiglia per i casi gravi sono proprio le rianimazioni - aggiunge il direttore del dipartimento malattie infettive del San Raffaele, Adriano Lazzarin -. Sono un passaggio critico rispetto alla disponibilità dei letti». Anche qui, la struttura si sta attrezzando e l’allenamento in parte, assicura Lazzarin, per l’influenza l’hanno già fatto. Soprattutto a luglio con l’aumento dei casi di importazione. «Nessuno però è in grado ad oggi di dire quale sarà la dimensione e la gravità della pandemia - continua il direttore -. Le divisioni di malattie infettive sono idonee qualitativamente. Sul piano quantitativo, dipende. Il numero dei contagiati credo che saranno superiori rispetto agli anni scorsi. E via via vedremo quello che si dovrà fare». Insomma, professore ma lei personalmente è preoccupato? «Forse sì. Si cominciano a intuire le dimensioni dei casi contagiati, visto che siamo fuori stagione e sembra che ci sia un po’ più allarme rosso. Bisognerà capire poi quanto la paura inciderà sul rendere l’epidemia ancora più difficile».