Virus, la fine passa da Milano: "Perché può esplodere ancora"

Occhi puntati sul capoluogo lombardo. Gallera: "Situazione sotto controllo". Ma la città non può rilassarsi: ecco perché

Milano è l'osservata speciale da quando tutto questo ha avuto inizio. La città più grande della Lombardia è lo spauracchio di chi osserva (e gestisce) l'emergenza coronavirus. Se Covid-19 dovessi diffondersi tra i suoi abitanti, 1,4 milioni nel solo centro abitato e 3,2 milioni nell'intero hinterland, sarebbe "un disastro". Lo diceva nei giorni scorsi Antonio Presenti, coordinatore delle terapie intensive lombarde, lo capiscono gli addetti ai lavori. "I dati non ci preoccupano - ha assicurato però l'assessore Giulio Gallera - I numeri che abbiamo sono complessivamente confortanti e in linea. Anche ieri Milano ha fatto segnare un rallentamento di 100 positivi". Ma la città non può "rilassarsi".

L'attenzione mediatica sul capoluogo si è sollevata in particolare a causa del numero dei decessi. Ieri sono venute a mancare 112 persone e, scrive il Corriere, "tra l'1 e il 6 aprile i decessi sono stati sempre tra i 100 e i 130 al giorno". In totale, secondo il quotidiano di via Solferino, sarebbero 1.612 vittime in provincia. "Ieri abbiamo fatto un approfondimento proprio su Milano - ha aggiunto Gallera -, perchè tutte le altre realtà del territorio stanno rallentando ormai in modo molto significativo, comprese Bergamo e Brescia. Milano aveva una linea ancora un pò indecisa tra l'abbassarsi e l'alzarsi. Ogni giorno c'era un dato un pò contraddittorio rispetto al precedente. Però ci dicono che, in numeri assoluti sulla popolazione, siamo in una situazione sotto controllo". Ovviamente la città non può "rilassarsi", vista "la densità di popolazione e la vicinanza di convivenza". Insomma: bisogna "continuare a essere molto rigorosi", i "dati mostrano che complessivamente il sacrificio ha portato risultati".

Veniamo allora ai numeri. La provincia di Milano è diventata quella in Lombardia col maggior numero di diagnosi, con 11.538 casi. Seguono Bergamo con 9.815 e Brescia con 9.477. Nel capoluogo a inizio aprile erano 3.815, ieri avevano toccato quota 4.615. "Milano si trova in una situazione particolare e per ora rimane un grande quesito aperto - ha detto al Corriere Carlo La Vecchia, epidemiologo e ordinario di Statistica medica alla 'Statale' - con l' onda della mortalità partita tra metà e fine marzo, e che ha portato un eccesso superiore ai mille decessi, aprile di certo andrà peggio". Secondo quanto riporta l'Agi, la cella figrorifera del cimitero di Lambrate, uno dei più grandi della città e l'unico che disponga di un impianto di cremazione, non ce la fa più. "Le bare non puzzano - garantisce uno degli addetti al camposanto - perchè ci premuriamo di tenere fuori dalla cella solo quelle che devono essere cremate in giornata". Il gruppo Altair, che gestisce 17 impianti in tutta Italia, parla più o meno della stessa situazione: "Siamo vicini al collasso - ammette all'Adnkronos Michele Marinello, da anni tra gli amministratori del gruppo Altair - e stiamo lavorando al massimo delle nostre potenzialità: ci sono impianti di cremazione che lavorano quasi 24 ore su 24. La chiusura a Milano di Lambrate non aiuta: qualcuno di quei feretri partirà verso il nostro impianto di Civitavecchia che non ha una capacità limitata dalla sua autorizzazione e quasi certamente salteranno fuori i campanilismi".

Il timore è che il capoluogo possa pagare il prezzo dei primi giorni del contagio, quando la situazione venne presa un po' sottogramba e il sindaco Sala lanciava la campagna "Milano non si ferma". "Era il 27 di febbraio era un video che impazzava in rete - ha poi ammesso il sindaco a Che Tempo Che Fa - tutti lo rilanciavano, l’ho rilanciato anche io. Giusto o sbagliato, probabilmente sbagliato. È chiaro come abbiamo sentito da Burioni, da Zangrillo, nessuno aveva capito ancora la virulenza del virus, e d’altro canto in quel momento quello era lo spirito". Ora è importante non commettere lo stesso errore o abbassare la guardia.

Anche Vittorio Demicheli è epidemiologo dell'Unità di crisi della Regione Lombardia, invita alla massima prudenza. "Tutta la Lombardia sta rallentando, anche Milano", ha detto al Corriere, ma nel capoluogo il contagio "è partito più tardi, è cresciuto meno rispetto ad altre zone e ha beneficiato precocemente degli interventi di distanziamento sociale, ma resta una grande metropoli. Se si rimette in moto senza cautele, la possibilità che esploda un nuovo focolaio c'è ed è maggiore che in altre zone".

L'epidemia infatti non è ancora del tutto sconfitta. E per la "fase 2" manca ancora un po' di tempo. "Ci ha messo un mese abbondante per flettere - ha spiegato Demicheli - ci metterà altrettanto per arrivare a zero e comunque a quel punto non saremo in sicurezza. Dobbiamo immaginare una prospettiva molto lunga nella quale teniamo vietate le attività a più alto rischio contagio. So che è difficile accettarlo, ma temo che dovremo dimenticarci le partite di calcio o i concerti negli stadi per un po' di tempo".

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Commenti

maurizio-macold

Mer, 08/04/2020 - 10:18

Quando i milanesi impareranno a rispettare le regole e quando la politica di questa regione non sara' sottomessa ai voleri di industria e finanza solo allora si potra' parlare di speranza di venir fuori dall'emergenza covid-19.