«Il virus è l'11 settembre anche dei musicisti Ne usciremo rafforzati»

L'ex chitarrista della Pfm: «Dopo questa crisi cercheremo più qualità, i live saranno belli»

Luca Testoni

«Una ventina di anni fa contrassi una brutta forma di polmonite virale. Fu un'esperienza estenuante, molto faticosa, ma a suo modo straordinaria. La malattia mise a nudo tutte le mie fragilità. Il sintomo fu l'impossibilità di sopportare qualsiasi tipo di dolore emotivo da qualsiasi parte arrivasse: piangevo molto spesso. Pur attaccando i polmoni e il respiro, il Coronavirus si comporta invece come un virus meccanico. Ti fa vivere il vuoto emotivo. Anestetizza ogni forma di sentire. Tutto fino a inibire perfino i sentimenti, la vita emotiva».

Dalla sua abitazione a Cernusco sul Naviglio, Franco Mussida, mitico ex chitarrista della Pfm, da sempre «alce grigia», 73 anni lo scorso 21 marzo, è fresco reduce dall'incontro ravvicinato con il Covid-19. E ormai, fortunatamente, può raccontare di avercela fatta: «Meno male che ho avuto mia moglie, Covid positiva ma asintomatica, sempre al mio fianco. Sì, ho avuto la febbre anche a 39 e una forte tosse, ma per fortuna nessuna grave crisi respiratoria. Siccome l'unica volta che ho usato in passato la tachipirina sono svenuto, mi sono curato a casa con l'omeopatia, senza antibiotici. Io e mia moglie siamo passati sotto le forche caudine per una decina di giorni e ora io mi sento decisamente più in forze, anche se non posso uscire e devo ancora rimanere in quarantena».

E adesso?

«Ora sono qua e sto tornando ad essere bello attivo. Sto leggendo La Divina Commedia, il Paradiso - dopo il Coronavirus l'Inferno e il Purgatorio li lascio ad altri - e ho ripreso in mano Rudolf Steiner, il teorico della Scienza dello spirito. Dipingo, sto scrivendo un libro, suono e sto lavorando a un progetto finalizzato a offrire una visione più profonda della musica».

In più, c'è il Cpm (Centro professione musica), la scuola di musica della quale è presidente...

«La nostra scuola è il mio orgoglio. In meno di un mese abbiamo organizzato la scuola online grazie all'impegno di 90 persone, tra docenti e personale della segreteria. Qualche dato? Abbiamo garantito l'offerta formativa a 430 allievi su 465. Abbiamo fatto 700 lezioni tra singole e collettive. Complessivamente, considerando anche quelle di strumento, abbiamo fatto oltre 1.300 ore di lezione. Ancora: abbiamo attivato oltre 600 mail personalizzate e messo a disposizione di ciascun studente 50 giga e un tera di spazio su iCloud. L'unica cosa che non può fare è le lezioni in cui si suona tutti assieme. Spero si possa tornare a insegnare di persona quanto prima, perché suonare ha bisogno della dimensione emotiva degli altri, dello stare insieme e del vivere con gli altri un comune sentire».

Per chi fa musica il Coronavirus vale come l'11 settembre

«Sono d'accordo, ma sono convinto che ne usciremo rafforzati. Se ne andrà via un sacco di rumore inutile, cercheremo più bellezza e qualità e si faranno concerti molto belli. Per questo, anche attraverso il progetto Slow Music, credo fermamente in una filiera di qualità della musica. Come ha fatto Carlo Petrin nell'ambito della catena alimentare con Slow Food. Non possiamo consumare tutto senza osservare differenze. Anche chi fa e suona musica sarà chiamato a tracciare una visione del domani».

La prima cosa che farà alla fine dell'emergenza sanitaria?

«Riabbracciare tutti gli amici. Durante la malattia quello che più mi ha colpito è la solidarietà ricevuta. Mi ha fatto capire che da soli non siamo niente».

Infine, professionalmente parlando, che cosa la rende più orgoglioso?

«Non ci sarebbe mai potuta essere un'evoluzione della mia carriera senza aver vissuto un rapporto meraviglioso con un gruppo meraviglioso come la Pfm.

Poi c'è stato il rapporto straordinario con Fabrizio De André. È grazie a queste esperienze che ho cominciato a farmi domande sulla musica e sul ruolo che gioca sulle persone. L'interesse per l'arte visiva e la scuola di musica è venuto di conseguenza».

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