Minzolini via dal Tg1Lui annuncia ricorso: "E' un atto illegittimo"

Il direttore del Tg1 fa causa all’azienda. Al suo posto, ad interim, Alberto Maccari. E il consigliere Petroni denuncia l’abuso d’ufficio appellandosi a Monti e Passera

Roma Il caso Minzolini si chiude, con un voto surreale del Cda, ma si riapre subito sul fronte legale. L’ex direttore del Tg1 ha annunciato il ricorso al giudice del Lavoro (forte del cosiddetto «ex art. 700», cioè la reintegra al posto di lavoro), ma potrebbe anche appellarsi al Tar per un’immediata sospensiva della rimozione. E non basta, perché un’azione legale partirà anche da un consigliere di amministrazione Rai, Angelo Maria Petroni (rappresentante del ministero dell’Economia, «editore» della Rai), contro una decisione del dg Lorenza Lei e dello stesso Cda «in contrasto con le norme in vigore e pregiudizievoli degli interessi dell’Azienda, compresa la sua capacità di competere sul mercato», come spiega lo stesso consigliere Rai.

Quel che Petroni non specifica, ma che risulta da fonti di Viale Mazzini, è che il consigliere farà una denuncia per abuso d’ufficio alla Procura della Repubblica, e che nel frattempo ha già scritto a Monti (come azionista, da ministro dell’Economia) e Passera per segnalare quanto successo. Insomma, tensione altissima.
La doppia risoluzione portata in consiglio dal direttore generale (siluramento di Minzolini e nomina ad interim di Alberto Maccari, quota centrodestra cattolico, fino al 31 gennaio) ha avuto una duplice votazione. Nella prima, quella sulla rimozione, c’è stata una parità, 4 a 4, ed è passata solo perché in quel caso il voto del presidente Garimberti vale doppio.

Tra i quattro voti favorevoli c’è anche quello di Alessio Gorla, unico consigliere di area centrodestra (sono cinque) che ha deciso di non salvare Minzolini. Se Gorla si fosse astenuto o fosse uscito dal consiglio al momento del voto (come ha fatto De Laurentiis, Udc) sarebbe stato un 4 a 3, e il direttore del Tg1 sarebbe rimasto al suo posto. Quindi il voto decisivo non è stato quello di Garimberti, ma il suo. Tutto diverso invece nella seconda votazione, quella su Maccari, con Garimberti che vota «sì» col centrodestra, Petroni che vota «no» e i due del Pd che si spaccano. Più che un Cda, un fritto misto.

Comunque il risultato che si voleva, cioè l’allontanamento di Minzolini, è stato raggiunto, per quanto in modo confuso e foriero di strascichi legali. Il parere fornito dagli avvocati consultati dalla direzione generale, sull’applicabilità della legge per le pubbliche amministrazioni alla Rai in caso di rinvio a giudizio di un dipendente, è tutt’altro che univoco. I due consiglieri Verro (Pdl) e Bianchi Clerici (Lega) lo contestano duramente, accusando di «pilatismo» la Lei e di aver snaturato la Rai aprendo la strada a «rischiosi ricorsi».

Minzolini, intanto, è «messo a disposizione del direttore generale nelle more dell’individuazione di una differente funzione», che non potrà essere diminutiva rispetto alla precedente (si pensa a una nomina a caporedattore con funzioni di direttore di sede estera). Il provvedimento è immediato, per eliminare la possibilità che Minzolini facesse un editoriale sulla propria vicenda (come fece, mutatis mutandis, Mentana quando si dimise dal Tg5). “Minzo” medita la riscossa coi suoi avvocati, e parla di atto «frettoloso, carente nei presupposti, sostanzialmente e profondamente immotivato» annunciando causa al giudice del Lavoro. Poi aggiunge una dichiarazione incandescente: «È una porcata, un provvedimento lesivo e immotivato. Cose che nel nostro Paese accadono, anche perché c’è sempre un giuda che tiene famiglia».

Al suo posto arriva Maccari, sulla carta per soli 50 giorni. E dopo? In teoria potrebbe essere riconfermato, fino alle elezioni, visto che una deroga al pensionamento è stata già fatta e poi c’è il precedente di Albino Longhi, chiamato a dirigere il Tg1 da pensionato, a 71 anni. Ma Lei e Garimberti hanno due candidati: rispettivamente Mario Orfeo e Marcello Sorgi. Il presidente Rai sta facendo pressing per far nominare l’editorialista della Stampa dal 1° febbraio. Un pressing anche su Angelino Alfano - si dice - che ruota attorno alla comune sicilianità e al fatto che Berlusconi si è sempre fidato di Sorgi nei talk elettorali. Tutto dipenderà dai rapporti di forza (o di debolezza) tra Pdl e Pd. Sul Tg1 la guerra è solo rinviata.

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