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"Il mio cinema racconta gli outsider del mondo"

Il regista Gus Van Sant ha diretto Al Pacino nel "Filo del ricatto" che esce domani. "Un film nato grazie all'istinto"

"Il mio cinema racconta gli outsider del mondo"

da Los Angeles

L'8 febbraio 1977 Anthony Kiritsis entrò nell'ufficio di M. L. Hall, presidente della finanziaria Meridian, e prese in ostaggio il figlio di quest'ultimo, Richard. Gli puntò alla testa un fucile a canne mozze con un filo di ferro collegato al grilletto. Se Kiritsis fosse stato neutralizzato dalla polizia, il dispositivo avrebbe ucciso all'istante l'ostaggio. Le richieste di Tony Kiritsis furono chiare. Voleva cinque milioni di dollari, l'immunità per il rapimento e, soprattutto, le scuse personali del titolare della Meridian. Secondo l'uomo, infatti, Hall lo aveva ingannato allo scopo di impossessarsi dell'ipoteca accesa sul prestito.

Ora questa storia vera, di ordinaria disperazione e follia, è diventata un film che intreccia tensione sociale e solitudine individuale. Diretto da Gus Van Sant e interpretato da Bill Skarsgård, Al Pacino e Dacre Montgomery, nei rispettivi panni di Tiny Kiritsis, M.L. Hall e Richard Hall, Dead Man's Wire Il filo del ricatto, arriva in sala in Italia dal 19 febbraio, dopo essere stato presentato lo scorso settembre a Venezia. Gus Van Sant, due candidature all'Oscar per Will Hunting Genio ribelle e Milk, torna al cinema dopo anni dedicati alla televisione.

Mr. Van Sant, come è arrivato a questo progetto?

"È successo tutto molto velocemente. Ho ricevuto la sceneggiatura di Austin Kolodny mentre la produzione stava cercando di partire in tempi brevissimi, era settembre, si sarebbe iniziato a novembre. Questa urgenza mi ha incuriosito, perché spesso lavorare senza troppo tempo per pensarci ti obbliga a reagire d'istinto. E infatti così è stato. Leggendo il copione mi ha colpito la personalità del protagonista. Era viva, vera, complessa e contraddittoria. Quando sai che un personaggio così è esistito davvero, diventa difficile ignorarlo".

Quindi è stato il protagonista, più della sua incredibile storia, a convincerla?

"Direi di sì, nella sceneggiatura c'erano riferimenti a materiali d'archivio, registrazioni, documenti, c'erano i link che rimandavano alla vera voce del rapitore. Potevi percepire la persona reale dietro la vicenda. Non era soltanto una trama forte, era una vita concreta, con le sue ossessioni e la sua disperazione. Questo ha reso tutto più urgente e più umano".

In effetti il filo conduttore di quasi tutti i suoi film, da Drugstore Cowboy a To Die For, fino a Good Will Hunting, è la storia di Davide contro Golia. Il racconto dell'outsider.

"Non parto mai da questo punto di vista, però, quando trovo una storia che mi interessa, al centro c'è quasi sempre qualcuno che si sente fuori posto nel mondo. Non è il crimine che mi attrae, ma il bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti. Questo è un tema universale che torna anche qui. Trovo sempre interessante capire cosa succede quando qualcuno sente di non avere più voce. È lì che nasce il conflitto, e spesso anche il cinema".

Questo film è ambientato nel 1977, in una fase di forte trasformazione dei mezzi di comunicazione. È il momento delle radio e delle tv che prendono il sopravvento sulla carta stampata. Quanto era importante questo aspetto?

"Molto. Gli anni Settanta sono una fase di passaggio: la televisione e la radio avevano già un enorme potere, ma non esisteva ancora il flusso continuo di informazione che abbiamo oggi. Però, in qualche modo, per come è stata gestita questa storia dai media, s'intravede l'inizio del mondo mediatico contemporaneo. La storia mostra come l'attenzione pubblica possa cambiare la percezione di un evento e influenzare il modo in cui viene vissuto e persino i suoi esiti".

Nel dicembre del 2024, mentre stavate girando, Luigi Mangione spara e uccide a New York il presidente di una grossa compagnia di assicurazione sanitaria, Brian Thompson. Trova similitudini con questa storia?

"Ci sono similitudini, sì. Il singolo essere umano contro il potere. Naturalmente è sbagliato usare la violenza per combattere il sistema, ma, ad esempio, il mio assistente, che ha poco più di vent'anni, pensa che Mangione dovrebbe avere un monumento in Central Park".

Kiritsis non fece carcere, fu dichiarato insano di mente.

"Allora la notizia fu data allo stadio durante una partita e l'intero stadio irruppe in un boato, quell'uomo per molti era un paladino di giustizia, come per molti lo è Mangione".

Insomma, la storia si ripete. Questo film parla anche del presente.

"Sì, inevitabilmente. Oggi tutto accade più velocemente, attraverso i social, ma le dinamiche emotive sono le stesse. Le persone cercano attenzione, il pubblico reagisce, i media amplificano. Cambiano gli strumenti, non i meccanismi".

Fred Temple personalità radiofonica dell'epoca, interpretato da Coleman Domingo, rappresenta questo aspetto, di attenzione, reazione, amplificazione.

"Sì, e quasi per una legge fisica, come i mezzi di comunicazione di allora erano in evoluzione, la stessa evoluzione è stata vissuta dal nostro film. Quando Coleman Domingo ha mostrato interesse per il progetto, abbiamo iniziato a immaginare il personaggio in modo diverso. Un attore può trasformare una sceneggiatura con la sua presenza, il suo ritmo, la sua energia. Nel suo caso ha aggiunto una dimensione emotiva molto forte".

Sembra che sia la fase di preparazione, quella che preferisce,

nel lavoro di regista.

"Lo è. Quando stai scegliendo attori, location, costumi e tutto è ancora possibile. È una fase piena di entusiasmo, perché il film esiste solo come idea e può ancora diventare qualsiasi cosa".

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