Le due opere rimangono, per ora, senza titolo, immense sulla parete di una delle sale di Palazzo Corvaja, nel centro di Taormina. Un dittico enorme, con una valanga rossa che emerge all'improvviso da una soglia e tra sbuffi di fumo e un'altra tela, dove al centro c'è un'altra esplosione di rosso, però molto più scuro, che si trasforma in sangue che cola da un lingotto realizzato con foglia d'oro. L'arte contemporanea di uno dei suoi maestri, Anish Kapoor, si trova immersa tra le pietre antiche, pare addirittura risalenti fino al Tredicesimo secolo, di questo edificio nobile come l'anima della città siciliana. È qui che ieri l'artista britannico, nato a Bombay nel 1954 da padre indiano e madre ebrea irachena, ha inaugurato la mostra (fino al 25 giugno) che ospita due lavori inediti, realizzata da Galleria Continua in occasione del festival Taobuk e curata da Arturo Galansino. In questo momento, Kapoor è protagonista anche di una personale alla Hayward Gallery di Londra (trent'anni dopo la sua prima volta) e un'altra esposizione di suoi lavori è in corso a Palazzo Manfrin, la "casa" veneziana che ha comprato qualche anno fa nel sestiere di Cannaregio, in occasione della Biennale.
Anish Kapoor, lei è celebre per le sue sculture gigantesche, ma qui a Taormina in mostra ci sono due suoi dipinti. Come mai?
"Beh, io sono uno scultore, però da anni faccio anche dipinti e qui, per gli spazi e la situazione, mi sembrava più semplice portare quelli. Li ho realizzati entrambi a Venezia".
Il rosso è protagonista assoluto.
"Il rosso è una delle mie passioni: sono anni e anni che lavoro con il rosso... E qui sembra che venga riversato fuori, e quindi forse è il colore a essere la condizione, l'evento stesso".
Come un vulcano in eruzione?
"Certo può ricordare anche l'Etna qui sopra di noi, che ci guarda".
E la foglia d'oro, come nei mosaici?
"Credo che quella tela in particolare si riferisca a un fatto di sangue e che quindi l'oro, in questo senso, sia come un altare sacrificale. Un tema molto classico".
Il rosso di questi quadri è acceso ma, a differenza di altri suoi "rossi", ha anche delle sfumature molto cupe. Non è il suo nero assoluto, il "vantablack", ma che cos'è questa oscurità?
"Sono profondamente interessato all'oscurità, poiché essa è una nostra condizione perenne, sia della Terra e dell'universo, sia interiore: all'inizio di tutte le cose c'è sempre l'oscurità".
I pigmenti e l'oscurità, la luce e l'ignoto, le forme enormi e il vuoto: può dire qualcosa della relazione fra questi elementi, che caratterizza le sue opere?
"Io davvero, come artista, credo di non avere proprio niente, ma niente da dire. Non ho alcun messaggio: non è quello il punto, per me. Io ho una tecnica, che porto avanti nel mio studio, dove vado ogni giorno, faccio il mio lavoro; e cerco di non portare troppi pensieri in quello che faccio ma, al contrario, provo a giocare un po'. E poi, a un certo punto, le cose affiorano... Ed ecco, una delle cose in cui mi sono imbattuto, per puro caso, è il vuoto".
Come è successo?
"Ero in studio, e stavo lavorando con i pigmenti, quando a un certo punto ho fatto una enorme palla, larga un metro e mezzo e alta altrettanto, e poi per qualche ragione mi sono chiesto: perché sono arrivato fin qui? Così ho dipinto la palla di un blu di Prussia molto, molto scuro e, ancora, umida, l'ho messa sul muro del mio studio e me ne sono andato a casa. Quando sono tornato il mattino dopo si era asciugata e allora è accaduta una cosa sorprendente: non era solo una palla blu sul muro, era uno spazio pieno di oscurità. Non era una palla vuota: era piena. E questa io l'ho percepita come una scoperta, come un passo".
Come è andato avanti?
"Ho deciso che avrei scavato un buco in un pezzo di pietra, semplicemente un buco, e lo avrei dipinto dello stesso blu, per vedere se il peso di quel vuoto potesse equivalere al peso della pietra. Era così. Ho chiamato l'opera Adam, come il primo uomo. Ho sempre sentito in modo molto forte le associazioni di tipo mitologico e biblico".
In questi giorni a Londra è esposta la sua opera Ha Makom, una specie di gigantesca catena montuosa rossa, e il titolo è un riferimento alla kabbalah e a Dio...
"Significa Il luogo, in ebraico, ed è anche uno dei nomi del trascendente. Per me i titoli sono molto importanti: non sono delle semplici illustrazioni del lavoro bensì ne sono parte. Danno spazio all'atto del vedere. Come ho detto, io non ho nulla da dire ma, quando accadono delle cose, allora cerco di stare al loro passo. E il punto di non avere nulla da dire è il fatto di cercare di lasciare uno spazio profondo per colui che osserva, perché è lo spettatore che fa l'opera o, se vogliamo, che la porta a termine. In questo periodo amo particolarmente una citazione di Paul Valéry: la cattiva poesia è quella che cade nel significato. Perciò la buona poesia sta da qualche parte, fra il significato e il non significato, e magari spinge perfino a porsi la domanda: è arte? Oppure non è arte, non ci credo... E questa è una questione culturale molto importante: il credere, il non credere, il dubbio, l'irriverenza. Molto importante. Siamo tristemente costretti a vivere un mondo che impone regole su qualsiasi cosa: gli artisti devono essere irriverenti".
Nel suo studio campeggia il motto "Disagree, Disobey, Disavow", ovvero "contesta, disobbedisci, ripudia": oggi è ancora possibile per gli artisti essere dei ribelli?
"È essenziale. Ed è un problema enorme nel mondo dell'arte, che è completamente consumato dal capitalismo: come è possibile che ciò che è radicale sia in vendita? È un problema veramente grande, che noi artisti, tutti gli artisti, dobbiamo affrontare. È la nostra crisi culturale, secondo me".
Ma c'è qualcosa che oggi è ancora tabù?
"A che cosa pensa?".
Lei frequenta Venezia da anni. Che cosa pensa di quello che è successo alla Biennale, quando per esempio gli artisti russi e israeliani erano stati esclusi da premi? Ci sono dei limiti oggi a quello che un artista può dire, o a come lo può dire?
"Credo che sia una questione problematica. Voglio credere che non ci siano limitazioni... Quanto alle giurate che avevano escluso gli artisti di Russia e Israele, credo siano state coraggiose, e che avrebbero dovuto escludere anche gli Stati Uniti: hanno preso una posizione, e questo è importante, anche se qualcuno non è d'accordo".
Le sue opere, in questo loro oltrepassare le soglie, nello spingere sempre verso l'ignoto, l'inconscio e la profondità, hanno un legame con il mistero e sacro?
"Sono profondamente interessato alla questione del sublime e alla visione di Kant.
Il sublime non è solamente quello che proviamo di fronte a un paesaggio, come l'uomo nel celebre dipinto di Caspar; ciò che accade nel sublime è che la paura e la morte si accompagnano alla meraviglia: procedono in parallelo, sono come sorelle. Paura e meraviglia. Possiamo sentirlo anche noi".