Il mistero di casa Agnelli: chi comanda alla Fiat?

Dietro la guerra sull'eredità spunta un labirinto di fondi esteri che mette in discussione il controllo del Lingotto. Margherita denuncia l'esistenza di un patrimonio segreto. Per tacitarla un versamento di 109 milioni

Il mistero di casa Agnelli: 
chi comanda alla Fiat?

Di chi è la Fiat? Questa domanda inquietante discende dal fatto che la vicenda dell’eredità di Gianni Agnelli che ne deteneva la quota di controllo, passata tramite complessi giri esteri al nipote John Elkann, sta diventando una vicenda kafkiana, in cui più si leggono le carte disponibili, meno si capisce. Salvo una cosa chiara, anzi lapalissiana, ossia che Margherita Agnelli, un tempo sposata Elkann e ora contessa de Pahlen, dal nome del nuovo marito, contesta la successione ereditaria, in cui ritiene di essere stata ingannata. E quindi contesta tutta la situazione attuale, dell’eredità in questione.

Sino a poco tempo fa, la tesi principale di Margherita, una signora molto riservata, molto religiosa che concepisce il matrimonio come una severa missione familiare, tanto da avere messo al mondo otto figli, nelle due legittime unioni, era che le era stata nascosta una parte del patrimonio del padre, che essa adorava e da cui pensava di essere ricambiata. E che pertanto l’accordo, definito tombale, con cui nel 2004 aveva accettato 583 milioni, provenienti dalle Isole Vergini, come quota ereditaria, rinunciando a ogni altra pretesa, comprese quelle che danno diritto a quote di controllo di società che controllano Fiat, sarebbe nullo perché l’asse ereditario che era stato posto alla base di tale accordo, era gravemente incompleto. In altri termini era stata ingannata. Ma si trattava di una affermazione e di una pretesa, ancora da dimostrare. Mentre la vertenza, ormai nelle mani di avvocati andava avanti, Margherita ha anche ricevuto, da un mittente sconosciuto, tramite la banca Morgan Stanley 109 milioni di euro, come invito a lasciar perdere la controversia. Ma un po’ perché la contessa de Pahlen non ha desistito, un po’ perché il fisco di Tremonti ci vede e ci sente, anche con i big, a differenza di quello precedente, molto più occupato con i personaggi di seconda e terza schiera, è stato individuato un tesoro nascosto di Gianni Agnelli nei meandri delle banche estere di paradisi fiscali. E ora, anche se tutto è confuso e kafkiano, è chiaro che Margherita aveva ragione a sostenere che le era stato occultato una parte dell’asse ereditario del padre. E ciò comporta che l’accordo «tombale» è nullo. Il sepolcro in cui esso doveva esser sepolto per sempre è stato scoperchiato. Ed era un sepolcro ipocrita.

Ma esiste una volontà testamentaria dell’avvocato Gianni Agnelli? Dai documenti resi disponibili non si riesce a capirlo. E si legge, invece, che egli aveva una volontà, manifestata oralmente e con testi, non definitivi, ma rilevanti, consistente nel concentrare nel nipote John Elkann la quota di controllo della società in accomandita per azioni (in gergo Sapaz), che a sua volta controlla il gruppo di cui fa parte la Fiat. Ma nel labirinto oscuro di questa lettura, c’è per fortuna un fascio di luce. Costituito dal documento di accordo con cui Margherita ebbe 583 milioni più il bonus di 109 milioni successivo, per tacitarla. Se ci fosse una carta testamentaria chiara, se non ci fossero queste società possedute su conti in banche off shore (cioè non regolamentate) detenuti da banche serie come Morgan Stanley, quale mezzano, non ci sarebbe bisogno di stilare «compromessi» di 583 milioni e non ci sarebbe bisogno di rafforzarli con assegni di origine ignota di 109 milioni. Se le carte testamentarie fossero chiare, ossia se si potesse dire «carta canta», il discorso ereditario sarebbe concluso. Rimarrebbe aperta una rognosa faccenda di evasione fiscale internazionale, ma si saprebbe se Margherita Agnelli de Pahlen, unica legittima erede di Gianni, a seguito del tragico suicidio del fratello Edoardo, ha ricevuto ciò che le spetta o no. Si saprebbe se è stata o no lesa una volontà testamentaria. O se con tale testamento è stata lesa la sua quota di legittima o se, mancando testamenti ed essendo nulle alcune donazioni in vita, per vizi legali, Margherita sia l’erede quasi unica di tutto, salvo l’usufrutto alla madre Marella, vita natural durante.

Da società come Dicembre, come Alkyone, come Sapaz si dirama la catena di controllo di Fiat, la maggiore impresa industriale manifatturiera italiana, si dirama il potere di comando di Fiat in Confindustria, si dirama il potere del gruppo torinese in Mediobanca. Dipendono, da ciò, tre nobili giornali: La Stampa, Il Sole 24 Ore, il Corriere della Sera e una parte importante della nostra economia e del listino di Borsa.

Non è una curiosità da salotto o da portineria e nemmeno da bar sport, quella che riguarda le catene di comando e controllo dell’impero finanziario e industriale del Lingotto e delle sue diramazioni. È una richiesta di chiarezza, che riguarda l’economia e la finanza nazionale.

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