La mitica orchestra cubana che fa politica con la musica

Grazie all’esploratore di suoni Ry Cooder, eminenza grigia del popolarissimo film-documentario di Wim Wenders Buena Vista Social Club, l’omonima superorchestra cubana, definita dei «superabuelos» (i supernonni per la considerevole età dei singoli) è una delle più popolari in tutto il mondo. D’accordo, non c’è più il mitico Compay Segundo, vero simbolo del film e dell’orchestra, non ci sono nemmeno Ibrahim Ferrer e la intensa voce di Omara Portuondo, ma ci sono pur sempre nomi come il direttore musicale e trombonista Jesus «Aguaje» Ramos, Brabarito Torres, Manuel Mirabal, Pedro Gutierrez, tutti figli della pura tradizione cubana. L’orchestra è molto cambiata ma pronta a portare, sempre e comunque, il «son» in giro per il mondo. Nella loro breve ma intensa tournée italiana stasera approdano all’Arena (viale Byron 2, ore 21) per il «Milano Jazzin’ Festival». E Da quando sono ripartiti, i Buena Vista non si fermano più: «Recuperiamo il tempo perduto - dice Ramos -, Buena Vista era un glorioso night club de L’Havana e noi ne facciamo rivivere lo spirito».
Non c’è nostalgia nelle parole del leader: «Portiamo alla luce la musica popolare della nostra terra. La musica folk spagnola è nota in tutto il mondo, quella americana è la più famosa; fino al 1996 nessuno conosceva le nostre radici, ora noi le teniamo vive».
Ry Cooder ha dato certamente una grossa mano al gruppo. Era un artista unico. Uno dei più grandi chitarristi moderni, uno che ha riscoperto il blues, una rockstar. «Eppure è venuto a Cuba apposta per conoscerci - riprende il direttore musicale - per rivalutare il nostro passato, ed è uno che non chiede niente, l’ha fatto per passione e curiosità. Siamo ancora in contatto con lui: la sua non è stata un’operazione commerciale, gli saremo sempre grati».
E’ naturale che la perdita di miti come Compay Segundo abbia mutato l’orchestra: la band è molto cambiata. Del resto, «Compay era la star, era un uomo di spettacolo inimitabile e piaceva al pubblico che veniva ai concerti soprattutto per lui, per Ibrahim Ferrer eccetera. Prima c’erano più stelle e più individualità, ora siamo più uniti, una band da uno per tutti e tutti per uno. Sostituiamo quelli che sono morti e coloro che sono andati con artisti magari meno noti ma con lo stesso spirito e la stessa visione della musica e della vita».
Anche il repertorio riserva delle novità, con tanti brani nuovi, cha cha cha, bolero, mambo, un vecchio brano del grande Arsenio Rodriguez che non è stato mai eseguito, una nuova composizione dello stesso Ramos dal titolo Senor trombone, ma anche i classici che la gente aspetta di sentire: Chan chan, 20 anos, Dos gardenias, Candela. Ma come si sta oggi a Cuba? Secondo il leader del gruppo si sta bene c’è serenità, la gente è meno povera, e il clima di quella meravigliosa isola aiuta». E la politica? «La nostra politica è la musica - conclude il trombonista -. Cantando e suonando pensiamo di avere cambiato un po’ le cose. Fidel e Raul non ascoltavano queste canzoni, anzi le proibivano, oggi le ascoltano e le amano anche. Le nostre canzoni portano in giro la pace e l’unione tra i popoli. Quando ascolta un bolero, o Chan Chan o De camino a la vereda la gente si unisce sotto ad un solo simbolo al di là di ciò che pensa o come vive».

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