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La storia di Vuarnet, l’asso dello sci che vedeva lontano

Oro olimpico in discesa nel 1960, il campione francese ha inventato la posizione “a uovo”, la stazione di Avoriaz e, soprattutto, un marchio di occhiali oggi sotto l’ombrello LVMH. Incona di stile e di libertà

La storia di Vuarnet, l’asso dello sci che vedeva lontano

C’era una volta un campione, che poi è una favola diventata un marchio che gli appassionati di sci hanno imparato ad amare. Jean Vuarnet è stato più di un oro olimpico: è stato innovazione, libertà di osare, capacità imprenditoriali. E per questo oggi Vuarnet è molto più di un marchio di occhiali: è l’eredità viva di un uomo che ha rivoluzionato lo sci, la montagna e lo stile alpino. Tanto che, nato dalla sua passione, il suo brand vive una nuova era grazie al gruppo LVMH, che ha mantenuto intatta la sua aura di performance e libertà. E ha mantenuto integra una grande storia di sport e di vita.

Il ribelle delle piste da sci

Immaginate un ragazzo cresciuto tra le nevi francesi, erede di uno spirito sportivo dal padre, che fin da piccolo vive per la velocità. Jean Vuarnet non era tipo da seguire le regole: sfidava le convenzioni tra vento e neve, cercando sempre il limite. Un approccio che lo ha reso immortale quando vinse l’oro olimpico nella discesa libera a Squaw Valley 1960: nell’era degli sci di legno lui fu il primo a trionfare sui suoi metallici Allais 60, e fu anche il primo francese a farlo. E non fu solo una vittoria personale: Vuarnet Jean la definì “la nostra vittoria olimpica”, quella di una squadra che lo aveva sostenuto, concetto ribadito nel suo libro Notre Victoire Olympique.

Jean vinse anche sette titoli nazionali francesi in tutte le discipline, ma la discesa era il suo regno. Con l’amico Georges Joubert, inventò una nuova tecnica che, a noi che ogni tanto andiamo “a uovo”, sembra così naturale. Inoltre il suo Ski Moderne fu il manuale che cambiò lo sci mondiale, e grazie a lui furono introdotte lamine metalliche. E se questo non vi basta, sappiate che Vuarnet ha modificato anche il nostro destino sportivo come tifosi, visto che è stato direttore tecnico della nazionale italiana dal 1968 al 1972, trasformando un gruppo in crisi nella “Valanga Azzurra” di Gustavo Thoeni, Piero Gros e soci.

La nascita di Avoriaz

Proprio di partire per Squaw Valley, Jean promise al suo villaggio di Morzine che sarebbe tornato per costruire una moderna stazione invernale: “Non vedo l’ora”. E’ così che nacque Avoriaz, da zero e tra 1800 e 2400 metri, dove la neve non mancava mai. Negli Anni ’60, mentre il cemento invadeva le Alpi, lui impose un’architettura minimalista e mimetica: chalet in cedro rosso naturale, niente auto, riscaldamento elettrico. “Eravamo allo stesso tempo incoscienti e coraggiosi. Eravamo certamente anche un po’ folli. Ma per mantenere l’entusiasmo della mia squadra, c’era una sola soluzione: stare con loro sul campo”, disse una volta. Anche in questo caso fu una visione sul futuro: ​nel 2003, Avoriaz ha ottenuto il marchio “Architecture Remarquable du 20ème Siècle” dal Ministero francese, più premi eco come Fiocco Verde e ECO Award negli anni 2020. Jean poi non si fermò lì: ideò le Portes du Soleil, il mega-comprensorio franco-svizzero con oltre 650 km di piste, ispirato dalle stazioni USA.

Il marchio Vuarnet

Poco prima delle Olimpiadi, l’ottico Roger Pouilloux offrì alla nazionale francese sei paia di Skilynx: lenti minerali che esaltano i contrasti sotto il sole accecante. Jean le indossò vincendo e Pouilloux lo scoprì al cinema nelle notizie, il che fa di questo un “product placement” ante litteram. L’azienda nacque nel 1960 con una stretta di mano, occhiali e abbigliamento Vuarnet divennero sinonimo di stile e performance in breve tempo. Alle Olimpiadi di Los Angeles 1984 ispirò lo slogan “It’s a Vuarnet Day” dei meteorologi californiani per giornate di sole perfette. E celebrità come Alain Delon, Mick Jagger, Serge Gainsbourg e James Bond (in Spectre) li adottarono, rendendoli anche un mito pop.​

Vuarnet non è stato solo ottica: ha pionierizzato l’abbigliamento alpino, con capi testati da maestri di sci e alpinisti. Tanto che oggi la collezione unisce materiali innovativi a design che passa dalle piste alle città, erede di quella “ricerca di miglioramento” di Jean. La collezione di abbigliamento, progettata con materiali e design innovativi, simboleggia l’impegno di Vuarnet nel vestire i professionisti con equipaggiamento performante e di stile. E consolida la propria eredità come pioniere nella moda dell’abbigliamento alpino.​

Il ricordo del figlio Alain

La storia di Jean Vuarnet è oggi nelle mani del figlio Alain, che ne porta avanti con orgoglio la storia: “Mio padre aveva una personalità molto forte, principi e valori che impongono rispetto e suscitano ammirazione. Uno spirito libero, autentico, amichevole”. Alain ricorda la sua calma, anche quella olimpica, e il lascito di uomo e campione: “Jean era sensibile all’evoluzione e al miglioramento di tutto ciò che toccava, aveva sempre il desiderio di innovare. Era attratto dalle sfide, ed aveva la particolarità di essere in anticipo sui tempi e la volontà di essere utile agli altri. Il suo marchio è figlio di questa ispirazione e mi dispiace solo che, essendo mancato nel 2017, non ha potuto sapere che il suo nome sarebbe stato protetto e coccolato come un gioiello”. Da LVMH e Thlios che dal 2023 ne custodiscono l’identità.

Tradizione e innovazione

Il segreto degli occhiali restano le lenti prodotte in minerali di vetro. A Meaux, dal 2017 le “Lynx” nascono in 17 fasi su due settimane e diventano un esempio di una chiarezza pura: sono anti-graffio e 100% riciclabili. Diversi i modelli diventati icona di stile, come Legend 02 (si chiamavano Jean post-oro olimpico e poi Jagger), Glacier, Ice 04 (in bio-nylon) e Racing 06 (con visiera 180°). Una produzione che comprende anche le maschera da sci e tutto con RX personalizzato.​

Le Figaro ha paragonato i Vuarnet ai foulard Hermès, e questo spiega quanto stile e avventura si siano fusi nello spirito che

ha spinto il campione francese in tutta la sua vita. E d’altronde, dice oggi il figlio Alain ,“senza compromessi e con libertà si possono spostare le montagne”. Soprattutto indossando un paio di occhiali. Quegli occhiali.

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