Arrestata Dj donna palestinese. Ha "profanato" santuario islamico suonando lì

Per i familiari della Dj arrestata, la stessa sarebbe stata formalmente autorizzata dalle autorità a organizzare una festa techno nel sito di Nabi Musa

Arrestata Dj donna palestinese. Ha "profanato" santuario islamico suonando lì

La prima Dj donna palestinese è stata arrestata domenica sera a Ramallah, in Cisgiordania, con l’accusa di avere “profanato” un luogo sacro all’islam organizzandovi una festa techno. La 29enne Sama' Abdulhadi è un nome celebre nel mondo della musica elettronica e si è appunto attirata di recente le ire delle autorità musulmane locali per avere messo su una propria esibizione nei pressi del sito di Nabi Musa, nel deserto della Giudea. Tale località, nel dettaglio, è un Maqam, ossia un santuario, con moschea annessa, costruito su un luogo che si considera la tomba di una figura fondamentale per il credo maomettano. In particolare, nel luogo citato, secondo la tradizione musulmana, vi sarebbe sepolto Mosè. Tale porzione di territorio, meta di pellegrinaggio da parte dei fedeli maomettani, ricade sotto la giurisdizione di Israele, ma è di fatto amministrato dall’Autorità nazionale palestinese.

La festa techno con al centro l’esibizione della Dj si è svolta sabato sera, con centinaia di giovani palestinesi che si sono recati in quella località desertica, ubicata a pochi chilometri da Gerico e a mezz’ora di guida da Gerusalemme, per soddisfare il loro desiderio di musica e di alcol. Parte del concerto ha avuto luogo all’interno di un complesso alberghiero lì presente, amministrato dal ministero del Turismo palestinese.

La diffusione su Internet di numerosi video del concerto della Abdulhadi incriminato ha immediatamente indignato gli ambienti religiosi palestinesi, con i chierici islamici che hanno subito tacciato la 29enne di avere contaminato con atti impuri il santuario dedicato a Mosè.

Di conseguenza, il giorno successivo al concerto, è scattato l’arresto della Dj e la celebrazione, da parte di numerosi fedeli palestinesi accorsi a Nabi Musa, di una preghiera islamica riparatoria. Dopo avere pregato per purificare il sito religioso dall’oltraggio rappresentato dalla festa techno, quegli stessi fedeli hanno allora dato alle fiamme, al grido di “cacciare i cristiani e gli infedeli”, gli arredi delle camere dell’hotel in cui si era svolta parte dell’evento musicale “osceno”.

Dopo l’arresto della Abdulhadi, incriminata per “offesa alla religione”, i giovani palestinesi che avevano perso parte al concerto di sabato sera sono attualmente costretti di fatto alla clandestinità, ma sono comunque indignati nel vedere le istituzioni della Cisgiordania fare a gara a condannare quel concerto techno al solo scopo di non perdere il consenso della piazza in collera. A detta di alcuni di quei medesimi giovani, la scelta di Nabi Musa quale scenario ideale per la festa non sarebbe stata fatta per insultare l’islam, bensì sulla base dell’enorme potere suggestivo del santuario.

Nessuno degli enti competenti per l’amministrazione del sito di Nabi Musa, ossia il locale ministero del turismo e il Waqf (l’autorità preposta alla gestione dei luoghi sacri islamici), si è finora attribuito la responsabilità di avere autorizzato la festa techno incriminata, con il premier palestinese Mohammad Shtayyeh che ha addirittura messo su una commissione d’inchiesta per fare luce su quanto accaduto. Il ministro degli Affari religiosi di Ramallah, Hussam Abu al-Rub, ha inoltre tuonato: “Quello che è accaduto è osceno. Non staremo in silenzio e perseguiremo chiunque vi abbia preso parte”.

I familiari della Dj arrestata non ci stanno però a fare passare la tesi per cui la stessa sarebbe una delinquente e una blasfema, assicurando che la 29enne era stata formalmente autorizzata dalle istituzioni a organizzare il concerto techno: “Sama' sta producendo dei video sulla musica elettronica in Palestina, filmati in siti archeologici. Ha ottenuto il permesso dal ministero del Turismo, considerato che le riprese sarebbero state fatte nel cortile, che è separato dalla moschea e non è sotto la giurisdizione del Waqf”.

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