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Julian Assange, voci su una possibile grazia di Donald Trump

Edward Snowden: "Spero proprio che sia vero. Il caso contro Assange si basa su una teoria giuridica che criminalizzerebbe il lavoro di ogni giornalista, sia in patria che all’estero".

Julian Assange, voci su una possibile grazia di Donald Trump

Alcune indiscrezioni non confermate riportano che il Presidente Usa Donald Trump starebbe pensando di concedere la grazia al giornalista e attivista australiano Julian Assange. Lo rivela fra gli altri, in un tweet (poi smentito), il pastore evangelico Mark Burns, grande sostenitore di The Donald, oltre all'opinionista Brigitte Gabriel e ad altre fonti vicine al partito repubblicano. Tanto che l'hashtag #Assange è presto diventato virale su Twitter, segno che il tema di una possibile grazia concessa al fondatore di WikiLeaks è molto sentito. Anche Edward Snowden ha commentato l'indiscrezione emersa sui social media: "Spero proprio che sia vero. Il caso contro Assange si basa su una teoria giuridica che criminalizzerebbe il lavoro di ogni giornalista, sia in patria che all’estero".

Assange nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh

Assange si trova attualmente nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, nel Regno Unito. Il 4 gennaio prossimo è attesa la decisione del giudice sulla sua estradizione negli Stati Uniti, dove dovrebbe rispondere di 17 accuse di spionaggio e rischierebbe fino a 175 anni di carcere. Lo scorso 28 novembre la compagna di Assange, Stella Morris, in un tweet rivolto proprio al presidente americano ha postato la foto dei suoi due figli e scritto: "Questi sono i figli di Julian, Max e Gabriel. Hanno bisogno del loro padre. La nostra famiglia ha bisogno di riunirsi. Ti prego, lascia che torni a casa per Natale".

Il 49enne australiano, che prima di essere trasferito nel carcere di Belmarsh ha trascorso sette anni all'interno dell'ambasciata dell'Ecuador di Londra, ha parlato in aula a Londra lo scorso febbraio confermando le proprie generalità e la propria data di nascita. E, prima di prendere posto, ha salutato con un cenno i cronisti presenti. Il fondatore di WikiLeaks era stato arrestato nel 2019 dopo che gli era stato revocato l'asilo che aveva avuto per oltre sei anni nell'ambasciata dell'Ecuador. È tuttora detenuto nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, pur avendo finito di scontare l'unica pena che gli era stata inflitta nel Regno Unito, e cioè aver violato (nel 2012) i termini della cauzione quando era finito sotto inchiesta per una contestata accusa di violenza sessuale (poi archiviata). Assange è stato incriminato in America per 17 capi d'accusa: la procura afferma abbia cospirato con l'ex analista dell'intelligence Chelsea Manning per violare i computer del Pentagono e pubblicare centinaia di migliaia di file militari sui conflitti in Iraq e in Afghanistan, in cui erano coinvolti anche gli americani.

Lenin Moreno e la decisione su Assange

Julian Assange ottenne asilo politico e protezione sotto la presidenza di Rafael Correa. Con l’elezione di Lenin Moreno, però, la musica è cambiata. Già nel novembre 2019, Moreno, in un’intervista radio, aveva dichiarato di aver ricevuto sufficienti garanzie dal governo britannico per cui Assange non sarebbe stato estradato in nessun Paese dove avrebbe dovuto affrontare la pena di morte. Moreno ha poi accusato Assange di aver "ripetutamente violato" i termini dell’asilo nell’ambasciata dell’Ecuador dove è rinchiuso dal 2012.

Secondo il New York Times, Paul Manafort, l’ex capo della campagna elettorale del presidente Donald Trump, tentò di negoziare un accordo tra Washington e il governo dell’Ecuador sul futuro di Assange.

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