Gli ostaggi rientrati in Italia dopo le tensioni sul rimpatrio

Dopo un lungo braccio di ferro per il rimpatrio, Pollicardo e Calcagno sono atterrati all’alba a Ciampino. Rimangono ancora molti punti oscuri sulla vicenda. E la vedova Failla accusa lo Stato: "Si sono salvati con il sangue di mio marito"

Gino Pollicardo e Filippo Calcagno accolti dal ministro Paolo Gentiloni all'aeroporto di Roma Ciampino
Gino Pollicardo e Filippo Calcagno accolti dal ministro Paolo Gentiloni all'aeroporto di Roma Ciampino

Un abbraccio caloroso. Non hanno contenuto la gioia i familiari di Gino Pollicardo e Filippo Calcagno questa mattina all'aeroporto militare di Ciampino. I due tecnici italiani sono giunti allo scalo romano all'alba, dopo essere partiti verso le 3:30 dall'aeroporto di Mitiga a Tripoli, a bordo di un'aereo speciale. Sbarbati, stanchi e visibilmente provati, i due tecnici hanno a stento trattenuto le lacrime. E, se loro piangono di gioia, Rosalba Failla, la moglie di Salvatore, uno dei due tecnici italiani ammazzati in Libia, piange di dolore: "Lo Stato italiano ha fallito, la liberazione degli altri due tecnici della Bonatti è stata pagata con il sangue di mio marito e di Fausto Piano".

Secondo la prassi, Pollicardo e Calcagno dovrebbero incontrare nelle prossime ore il pm Sergio Colaiocco. Sono ancora molti i punti oscuri di tutta la vicenda, che ha subito una drammatica accelerazione negli ultimi giorni dopo mesi di silenzio. A partire dall'identità dei rapitori, dalle modalità della liberazione, fino alla morte dei loro colleghi rimasti uccisi Salvatore Failla e Fausto Piano. Non è ancora chiaro quando le loro salme rientreranno in Italia, al momento ancora in Libia, presumibilmente a Sabrata. "Se lo Stato non è stato capace di portarmelo vivo - prosegue la vedova Failla - almeno adesso non lo faccia toccare in Libia, non voglio che l'autopsia venga fatta lì. Stanno trattando Salvatore come carne da macello. Nessuno, fra coloro che stanno esultando per la liberazione degli altri - conclude la donna - ha avuto il coraggio di telefonarmi. Voglio che il corpo rientri integro e che l'autopsia venga fatta in Italia".

Ieri mattina Pollicardo e Calcagno, che ieri avevano annunciato la propia liberazione, hanno chiamato nuovamente le famiglie rassicurando di stare bene, con il morale alto e che sarebbero tornati a casa presto, senza tuttavia conoscere "i tempi e le modalità". Lo stesso Calcagno, chiamato al telefono da SkyTg24, non ha tuttavia nascosto la propria tensione spiegando di "non voler parlare con nessuno in questo momento" e che "ci sono ancora carte da sbrigare". Più tardi, le famiglie hanno ricevuto una telefonata da Roma e sono partite da Monterosso (La Spezia) e da Piazza Armerina (Enna) per la capitale per riabbracciare i loro cari, attesi all'aeroporto di Ciampino. Poi, però, è arrivata la doccia fredda da Tripoli. Il governo islamista che controlla la capitale libica e, sulla carta, anche la zona di Sabrata, ha fatto sapere che i due italiani sarebbero rientrati solo oggi, insieme ai corpi dei colleghi rimasti uccisi, al termine di una conferenza stampa, a mezzogiorno, proprio a Sabrata, in cui sarebbero stati spiegati "i dettagli della loro liberazione". La pista del ritardo si è fatta più concreta dopo la notizia che un piccolo aereo italiano, probabilmente con funzionari dei servizi italiani incaricati di prelevare i connazionali, è atterrato a Sabrata soltanto nel tardo pomeriggio, lasciando intendere che le operazioni avrebbero potuto richiedere ancora più tempo. Il sindaco della città ha poi mischiato ancora le carte, assicurando che gli italiani sarebbero partiti in serata, senza però specificare se alla volta di Tripoli o dell'Italia.

Le complicazioni di questa vicenda sono lo specchio del caos che avvolge un Paese ormai senza Stato dalla fine di Gheddafi, in balia di milizie, tribù, bande criminali e jihadisti che si contendono il territorio e sfruttano gli ostaggi stranieri per finalità di riscatto o per ottenere una legittimazione politica. Proprio le autorità di Sabrata, che tengono in custodia gli italiani, rivendicano la propria autonomia da Tripoli e vogliono essere considerate un interlocutore forte per i futuri assetti della Libia. Già ieri il consiglio militare della città aveva puntualizzato che gli italiani sarebbero stati liberi di tornare a casa solo dopo essere stati interrogati. È plausibile, quindi, che il nostro team sia stato impegnato in un'ulteriore opera di mediazione.