Pakistan, islamici contro un film sul radicalismo religioso

Il regista si è finora difeso dalle accuse degli islamici oltranzisti ribadendo la correttezza del proprio film e rivendicando la sua libertà artistica

Pakistan, islamici contro un film sul radicalismo religioso

Il Pakistan è in questi giorni segnato dalle forti proteste promosse dai movimenti islamici conservatori contro il recente film di un regista locale.

L’ira degli ambienti religiosi oltranzisti, fa sapere Voice of America, si è infatti scagliata contro la pellicola Zindagi Tamasha (Il circo della vita), del cineasta Sarmad Khosat, che, ancora prima di essere proiettata nei cinema del Paese, è stata subito accusata di violare la legge anti-blasfemia.

L’indignazione delle autorità maomettane pachistane è appunto maturata dalla sola visione del trailer promozionale dell’opera, lungo appena due minuti, ma già pieno, a detta delle prime, di scene offensive verso gli aderenti al credo coranico.

Il film sarebbe dovuto uscire nelle sale lo scorso 24 gennaio, ma proprio a causa delle pesanti contestazioni provenienti dai settori musulmani oltranzisti, in particolare dal movimento politico Tehreek-e-Labbaik Pakistan, la proiezione incriminata ha subito enormi ritardi.

Il lungometraggio di Khosat, spiega l’emittente, narra la storia dell’imprenditore Khawaj, musulmano devoto, che si trova rovinato dopo la diffusione online di un video in cui egli appare intento ad ammirare una ballerina durante una cerimonia nuziale. La comparsa sul web del filmato costerà al protagonista ostracismo da parte della sua stessa famiglia e intimidazioni ad opera degli islamici radicali.

Viste le scene del trailer in cui appaiono dei musulmani conservatori, con barbe lunghe, minacciare e picchiare Khawaj e in cui si ricostruiscono i tipici raduni dei movimenti maomettani oltranzisti, le autorità religiose hanno di conseguenza preteso l’applicazione della censura governativa contro il lungometraggio “blasfemo” e diffamatorio verso i credenti e il Tehreek-e-Labbaik Pakistan.

Le pressioni esercitate finora sugli esecutivi statali e nazionali dagli ambienti religiosi affinché venga impedita la diffusione dell’opera hanno per il momento determinato, riferisce il network statunitense, la convocazione del regista, per un interrogatorio, da parte di una commissione federale speciale sui contenuti audiovisivi.

Un ulteriore cedimento dei pubblici poteri alle sollecitazioni dei circoli islamici integralisti, evidenzia Voice of America, è stato ultimamente rappresentato dalla scelta del governo di Islamabad di deferire al Consiglio dell’ideologia islamica, ossia l’istituzione preposta a fornire pareri giuridici su questioni religiose, il giudizio sulla presunta natura blasfema del film.

Il cineasta Khosat, citato dall’organo di informazione Usa, si sta nel frattempo difendendo strenuamente dall’accusa di avere offeso la comunità dei fedeli mettendo in evidenza nella pellicola la brutalità del radicalismo religioso.

L’artista ha ripetutamente negato che Zindagi Tamasha punti a oltraggiare i credenti e le autorità maomettane del Paese, affermando di avere chiarito la correttezza del suo lungometraggio in delle lettere spedite direttamente al presidente della repubblica, al primo ministro e al comandante dell’esercito nazionale.

Il regista finito nella bufera, che nel 2017 era stato paradossalmente insignito di un’importante onorificenza pubblica proprio per la sua attività cinematografica, ha quindi ribadito, tramite Twitter, l’assenza di accenni provocatori nella propria recente opera. Egli ha infatti postato tali frasi, citate dal network: “Non ho realizzato il film per urtare, insultare o provocare qualcuno, in quanto le ultime cose che qualsiasi artista desidera suscitare con le sue creazioni sono l’anarchia e l’odio”.

Khosat, fa sapere sempre Voice of America, ha poi postato il seguente atto d’accusa: “La libertà per il pensiero critico e per la creatività artistica non deve essere soffocata da un pugno di agitatori che perseguono fini politici. Tuttavia, tale scenario tragico si concretizzerà se tutti noi cediamo anche questa volta”.

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