Periferica e senza leader. Ma la rivolta può crescere

La rabbia unisce sinistra e destra. Khamenei a rischio solo se si solleverà anche Teheran

Periferica e senza leader. Ma la rivolta può crescere

Per ora non è una rivoluzione. E neanche una rivolta. Ma può diventarlo e metter a rischio sia la Suprema Guida Alì Khamenei, sia il movimento riformatore guidato dal presidente Hassan Rohani.

Per capire dinamiche e prospettive della protesta iraniana bisogna partire da Mashhad, la città vicina al confine con il Turkmenistan nell'estremo nord est del paese dove giovedì è scaturita la prima scintilla dei disordini. Originariamente dietro quei disordini non c'erano dei gruppi anti sistema, ma delle formazioni legate ai falchi del regime che in quella città, consacrata al culto dell'ottavo imam, hanno una loro roccaforte. Chiamando la gente in piazza e invitandola a contestare le politiche economiche del governo gli ultra-conservatori puntavano a indebolire il presidente Hassan Rohani rieletto con i voti dei riformisti. Ma la mossa si è rivelata un autogol. La protesta anti crisi ha finito con il richiamare in piazza soprattutto quei ceti medi composti da dipendenti del settore pubblico e privato colpiti da una disoccupazione salita al 12,7 e da un aumento dei prezzi che ha sistematicamente distrutto il loro potere d'acquisto. In questo modo la protesta si è saldata con il malcontento che attraversa - seppur per ragioni opposte - entrambi gli schieramenti del paese.

La destra e i suoi sostenitori imputano a Rohani di aver patteggiato un'indegna retromarcia sul nucleare senza saper sfruttare la fine delle sanzioni per risollevare l'economia. I riformatori, invece, accusano la Suprema Guida e il monolite economico-militare dei Guardiani della Rivoluzione di aver dilapidato le ricchezze del paese partecipando alla guerra in Siria, appoggiando i ribelli Houti in Yemen e finanziando i palestinesi di Hamas a Gaza. Non a caso uno degli slogan più ascoltati è stato proprio «No Gaza, no Libano, no Siria, la mia vita per l'Iran!». Proprio la leva di uno scontento economico assolutamente «bi-partisan» capace di riportare in piazza anche quanti dopo le fallite proteste e le durissime repressioni del 2009 avevano abbandonato ogni illusione di cambiamento rischia di rivelarsi assai insidiosa per l'intero sistema iraniano.

Ma è questa prospettiva è inficiata per ora da due evidenti debolezze. La prima è la totale assenza di una leadership. Dietro il cosiddetto Movimento Verde e le proteste del 2009 c'erano il carisma di Mir Hossein Mousavi, il candidato riformista beffato dalla rielezione truffa di Ahmadinejad, e l'aurea di un religioso, ex discepolo dell'Imam Khomeini come Mehdi Karroubi. La protesta di Mashhad e dintorni non ha, invece, né un capo, né un centro direttivo capace di programmarne e indirizzarne lo sviluppo. Il secondo «vulnus», diretta conseguenza del primo, è l'incapacità di contagiare Teheran, ovvero l'unica vera grande piazza politica del paese. Solo una protesta capace di coinvolgere i nove milioni di abitanti della capitale e le sue centinaia di migliaia di studenti, può avere qualche speranza di scuotere dalle fondamenta il regime e metterne a rischio la sopravvivenza. Anche perché nella marginalità della provincia i servizi di sicurezza controllati dai Guardiani della Rivoluzione e dagli apparati di sicurezza fedeli alla Suprema Guida possono contare su una presenza capillare e su una capacità repressiva assai più immediata. Solo l'apparizione di un leader capace d'indirizzare la protesta e trascinarla nelle piazze di Teheran potrà dunque trasformare in un rogo i fuochi di paglia accesisi in questi giorni nelle periferie del sistema iraniano.

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