Per le strade di New York ​in attesa del risultato

Dalla Trump Tower a Times Square. Per le strade di New York cercando di capire come la città si prepara a tornare al voto dopo quattro anni. L'unica cosa sicura è che il Presidente, da domani, non sarà più lo stesso

DA NEW YORK - Dopo mesi di attesa, di campagne elettorali, di scandali cibernetici e sessuali, di spot, di svenimenti, di dibattiti in televisione, l'America va a votare. Sono qui ormai da una settimana e, mentre nei primi giorni sembrava tutto normale, adesso qualcosa è cambiato. C'è più polizia per le strade, soprattutto nei luoghi simbolo.

Ho fatto un giro sotto la Trump Tower in due momenti diversi di questa settimana. Il 5 novembre, appena tre giorni prima delle elezioni, era tutto normale. La gente passava, si fermava a scattare fotografie, e c'era pure un menestrello sostenitore di Trump che cantava una canzone per cercare di convincere i passanti a votare per lui. Un signore in mutande (sul retro la scritta “Trump”) con un cappelo da cowboy e la chitarra. “Trump costruirà il muro e ci proteggerà, la sua sarà una vera protezione” ha detto davanti la mia telecamera mentre lo riprendevo da vicino.

Appena il giorno dopo (il 7 novembre) sotto la Trump Tower non si può più filmare, niente menestrello a favore di Trump e pochissimi passanti si fermano a fare fotografie. E non perché il sostegno a Trump sia calato drasticamente da un giorno all'altro, ma solo perché lo stato di allerta è massima e la polizia pattuglia l'ingresso dell'edificio. Io stesso, dopo soli pochi minuti di riprese con la mia videocamera, sono stato fermato da un poliziotto con un mitra e il giubbotto antiproiettile. Mi ha subito chiesto cosa facessi lì e perché stessi filmando. Gli faccio vedere il mio passaporto con il regolare visto lavorativo che certifica la mia professione di giornalista e gli chiedo se posso effettuare delle riprese. “No, mi dispiace, non in quest'area” è la sua risposta. Effettivamente mi guardo intorno e non vedo neanche una telecamera. Ma mi permette di tenere quel poco di girato che ho fatto solo perché ho dimostrato la mia professione. A quel punto prendo il mio zaino e me ne vado.

Proseguo sulla 5th Avenue in direzione Bryant Park e poi vado a Times Square. Qui è già pronto il palco della Abc per la notte elettorale. Qui vedo solo una bandiera che svolazza isolata nella piazza. Onestamente mi sarei aspettato di vedere qualcuno pro Trump o pro Clinton con cartelli in mano – o magari con dei volantini – ma invece niente. Vedo però molte persone con la medaglia al collo della Maratona di New York (e alcuni di loro parlavano anche italiano). Se non fosse per il palco della Abc che trasmetterà lo spoglio elettorale e per la polizia schierata con autovetture, poliziotti di cui alcuni in tenuta antiterrorismo con mitra alla mano e giubbotto antiproiettile, anche a Times Square sembrerebbe tutto quasi normale. Quasi perché le telecamere e giornalisti abbondano.

Ad un certo punto vedo un passante con cappello da cowboy e chitarra alla mano. In base agli adesivi sul suo strumento musicale capisco che è un sostenitore di Trump. Lo fermo e gli chiedo perché Trump dovrebbe vincere le elezioni. Lui risponde che Trump è la voce del popolo e ha rotto il muro del "grande club" (come lo chiama lui) di cui nessuno di noi fa parte, se non la grande politica e i poteri forti.

Sembra un giorno come un altro, invece non lo è. Gli Stati Uniti d'America vanno a votare e, comunque vada, l'unica cosa certa è che dopo otto anni cambieranno Presidente. La vera domanda è: hanno ragione i sondaggi o Trump porterà a casa la vittoria? Dopo mesi di attesa, basta aspettare solo poche ore per scoprirlo.

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