La vigilia di Natale del 2017 moltissime persone si riuniscono attorno ad alberelli che brillano a intermittenza, nel confortevole calore dei loro salotti. Moltissime, ma non tutte. Perché c'è un tizio, là fuori, che ha decisamente programmi differenti. Avvolto in coperture termiche per squarciare il freddo letale che lo circonda, osserva la sua prossima sfida.
La montagna è immobile, ma non è mai davvero ferma. Respira nel ghiaccio che si dilata e si ritrae, scricchiola impercettibile sotto il cielo invernale, conserva una memoria fatta di freddo e di vento. Dani Arnold cammina verso quella direzione con passi brevi, regolari, come se stesse varcando l'ingresso di una stanza sacra. È ancora buio quando lascia l’auto a valle e risale il sentiero gelato che porta alla base della parete. Mentre tutti vivono l'orizzontalità di tavole imbandite, lui ha scelto un Natale verticale.
Arnold ha trent’anni passati da poco, è nato e cresciuto nel Canton Uri, in una valle dove le montagne sono grammatica quotidiana. Ha imparato presto a distinguere le stagioni dal rumore della neve, la sicurezza dal suono del ghiaccio buono. Negli anni diventa uno degli alpinisti più puri della sua generazione: record di velocità sulle grandi pareti nord delle Alpi, salite in solitaria che uniscono disciplina atletica e rigore interiore, un’idea quasi artigianale del rischio, mai esibito, mai teatralizzato.
Ora davanti a lui c’è una linea sottile e smisurata: una cascata di ghiaccio alta come un campanile, incastrata nella parete della Breitwangfluh, sopra Kandersteg, in Svizzera. Si chiama “Scala”, nome semplice per una via che appartiene alla categoria più severa dell’arrampicata su ghiaccio. È una struttura fragile, che vive soltanto in alcuni inverni, quando il freddo costruisce con pazienza ciò che il sole distruggerà in poche settimane. Componenti che ne fanno una delle vie più instabili e pericolose del mondo.
Arnold la scruta in silenzio. Non è la prima volta che viene fin qui. Da giorni studia la temperatura, l’umidità, la consistenza della superficie. Ha rinunciato più volte. Tornare indietro fa parte della preparazione quanto salire. Nei mesi precedenti ha allenato il corpo con una precisione monastica: lunghe giornate su cascate gelate meno celebri, ripetizioni infinite dei movimenti, resistenza costruita centimetro dopo centimetro nelle palestre di roccia e nei canaloni in ombra. Ma soprattutto ha lavorato sulla mente, sull’arte di restare dentro l’istante, di non sprecare energie in pensieri che non servono alla prossima presa.
Sale da solo, sapendo che la più impercettibile incrinatura nel ghiaccio potrebbe risultare fatale. Nessuna corda lo lega alla parete, nessun compagno lo osserva dall’alto. Porta con sé soltanto l’essenziale per la discesa: una corda arrotolata nello zaino, qualche vite da ghiaccio, l’imbracatura. Tutto il resto è affidato alle piccozze, ai ramponi, e a quella zona silenziosa che ogni alpinista conosce e che non ha nome.
I primi metri sono una conversazione prudente. Il ghiaccio risponde con un suono pieno, compatto. Arnold entra nel ritmo: colpo, appoggio, respiro. Il mondo si restringe alla superficie davanti al volto, a una geografia minima fatta di crepe, bolle d’aria, vene lattiginose. Ogni gesto è misurato, mai affrettato. La velocità, quando arriva, è una conseguenza della precisione, non il suo contrario.
A metà parete la colonna si inclina, diventa più sottile, si protende nel vuoto con una grazia inquieta. Qui il ghiaccio cambia voce, suona più vuoto, più fragile. Arnold rallenta. Cerca un nuovo equilibrio. Le braccia cominciano a bruciare, il respiro si fa più corto, ma la mente resta limpida. È questo il punto in cui la preparazione smette di essere allenamento e diventa fiducia nel gesto.
Quando raggiunge l’ultimo tratto verticale, il corpo è una mappa di stanchezza controllata. Le mani sono dure come il metallo delle piccozze, le gambe vibrano leggere. Poi, senza enfasi, arriva in cima. Resta fermo qualche secondo, lasciando che il cuore rallenti, che il paesaggio rientri negli occhi. Sotto di lui la valle è una distesa silenziosa, un ordine temporaneo di neve e abeti. Sopra, un cielo pallido, invernale. La salita è durata poco più di un’ora, ma contiene mesi di attesa, anni di pratica, un’intera educazione al limite.
Arnold prepara la discesa con gesti calmi. Pianta le viti, sistema la corda. Sa che anche tornare è parte della salita, che l’impresa non si conclude finché i piedi non ritrovano la terra stabile. Scende lentamente, come se stesse lasciando una stanza in cui ha parlato sottovoce. Dani continua a camminare verso valle mentre il freddo si addensa di nuovo sulla parete. Tra qualche settimana quella colonna non esisterà più. Ma per un tempo breve, fragile come il ghiaccio stesso, un uomo l’ha attraversata con rispetto, trasformando una parete effimera in una forma di scrittura verticale. E questo, per chi sa leggere la montagna, è più che sufficiente.