Sulla difesa dei confini l'Ue guarda (ancora) dall'altra parte

I muri non possono essere pagati coi fondi Ue. Bruxelles scarica sugli Stati membri la responsabilità di controllare i confini, anche con l'uso di barriere. Salvo poi attaccare chi lo fa

Sulla difesa dei confini l'Ue guarda (ancora) dall'altra parte

"Non è una previsione giuridica", ma "è una posizione di lunga data che la Commissione europea non finanzia con i fondi europei i muri o il filo spinato" per difendere i confini nazionali. Questa mattina, durante il briefing che tiene quotidianamente con la stampa, il portavoce della Commissione europea ha ribadito per l'ennesima volta che Bruxelles non intende in alcun modo sganciare un solo euro per erigere costruzioni che blocchino l'ondata degli immigrati clandestini che in questi giorni stanno cercando di entrare in Polonia passando dalla Bielorussia. "Tuttavia - ci ha, però, tenuto a sottolineare - è responsabilità dl singolo Stato membro controllare i confini e il diritto europeo non esclude l'uso delle barriere per proteggerli". Muri sì, insomma, basta che non sia l'Unione europea a pagarli.

Vi ricordate quando il cattivo era Viktor Orban, il sovranista ungherese? Quante volte Bruxelles gli si è scagliata contro per le misure prese per fermare gli immigrati in fuga dalla Siria. E che dire dell'ingerenza, anni fa, nei confronti di un Donald Trump appena arrivato alla Casa Bianca? Non appena aveva messo mano all'implementazione del muro al confine con il Messico, iniziato dal democraticissimo Bill Clinton, si era trovato addosso gli strali della maggior parte dei leader del Vecchio Continente. Peccato che ormai da anni l'Unione europea proceda in ordine sparso e con evidenti contraddizioni ogni qual volta si trova a dover affrontare lo spinoso dossier immigrazione. Perché, per esempio, non ha battuto ciglio quando è stata la Grecia ad alzare quaranta chilometri di pannelli in metallo, costantemente presidiati dai militari, per fermare i clandestini che il premier turco Recep Tayyip Erdoğan spinge verso l'Ue ogni qual volta deve battere cassa?

In Europa quello greco non è certo l'unico muro anti migranti. La scorsa estate anche il parlamento lituano aveva approvato (pressoché all'unanimità) la fortificazione dei propri confini per fermare i clandestini mandati dal presidente bielorusso Alexandr Lukashenko. Da mesi, infatti, la Lituania si trova a combattere la stessa "guerra" della Polonia. Una guerra ibrida iniziata nel 2020 con le sanzioni europee a Minsk e salita di livello quest'anno con la crisi dei migranti. "Lukashenko sta cercando di destabilizzare l'Europa usando gli esseri umani in un atto di aggressione", aveva spiegato in una intervista al Financial Times il commissaria Ue per gli Interni, Ylva Johansson. Quando la Lituania aveva optato per la costruzione di oltre 500 chilometri di muro, a Bruxelles non si erano scomposti più di tanto. E pure in questi giorni, quando il governo polacco aveva militarizzato il confine schierando oltre 15mila soldati, non aveva battuto ciglio. I distinguo sono iniziati quando ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha iniziato a ventilare la possibilità di "finanziare infrastrutture alle frontiere". Eventualità subito stroncata da Ursula von der Leyen e dalla Commissione Ue.

Da sempre l'Unione lascia gli Stati membri soli a gestire i problemi legati all'immigrazione clandestina. L'esempio principe è ovviamente l'Italia, da sempre trattata alla stregua del più grande campo profughi d'Europa. Quando Matteo Salvini ha provato a mettere un freno alle ong straniere, Bruxelles gli è subito saltata al collo accusandolo dei peggiori crimini. Eppure, in più di un'occasione, le stesse organizzazioni non governative erano state beccate a prendere accordi sottobanco con i trafficanti di uomini. Viene da chiedere, a questo punto, per quale strano motivo all'Unione europea vadano bene i muri costruiti in Grecia, Lituania e Polonia (a patto che siano loro a pagarseli), mentre non ammette che l'Italia difenda i propri confini. Ancora oggi la Ocean Viking ha attraccato ad Augusta con oltre 300 clandestini a bordo. La scorsa settimana al porto di Trapani era, invece, arrivata la Sea Watch 4 con 850 irregolari. Per non parlare, poi, dei mini sbarchi che quotidianamente interessano le nostre coste. Ogni volta Bruxelles non guarda. Ogni volta l'Unione europea volge il proprio sguardo altrove.

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