Da Moro a de Maistre, la toponomastica sulla via dell’ideologia

Caro Granzotto, una piccola, ma importante, precisazione alla sua risposta relativa alla toponomastica. Indignato per l’esistenza (ancora!) di una via intitolata a Moranino, non sono completamente d’accordo con le osservazioni successive. Se Stalin e HoCiMin, Lenin e Tito si sono resi responsabili di crimini contro l’umanità; se Che Guevara rappresenta una icona per chi non ne conosce la storia privata e politica (buon per lui amava le donne, i sigari e il golf; meno per gli altri la coca, il rhum e le violenze) e quindi non sono accreditati a rappresentare le loro esistenze nelle nostre comunità civili; ebbene Marx, caro Granzotto, con questi tipi proprio non riesco a legarlo. Certamente i sopracitati si sono ispirati ai suoi scritti, e se ne sono ampiamente serviti per interessi particolari e limitati; ma il filosofo e l’uomo Karl, ebreo e borghese di nascita, non ha mai, nella sua tormentata vita, minimamente cercato il potere e la violenza. Si è pacificamente accontentato di tradire la moglie, di non lavorare, di utilizzare passivamente l’aiuto di Engels e di studiare e scrivere per tutto il tempo di cui disponeva. Il barbuto di Treviri ci ha lasciato un pensiero, ancorché imperfetto, carico di fascino e di passione, imprescindibile per chiunque desideri partecipare ai secoli successivi e ai propri. Sono un ultracinquantenne di cultura anticomunista - e per questo ho pagato perdendo il lavoro -, ma attento alla letteratura marxista e marxiana. Sì a Corso Marx, no a Via Togliatti.
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Ciò che accomuna i personaggi da me citati non è l’uso della violenza o la responsabilità in atti criminosi, caro Baretto, ma la collocazione politica. Mi spiace dunque averle dato l’impressione di comprendere Karl Marx fra coloro che inseguirono il potere e la violenza. Inseguì, caso mai, la così detta qualità della vita, ovviamente a spese altrui, nel nostro caso di Friedrich Engels. D’altronde anch’io come lei sono un ammiratore di Marx e proprio del Marx (e dello Engels, via) del Manifesto del partito comunista. Come è infatti attuale quando si scaglia contro l’egualitarismo e la sua tendenza a tutto piallare, quando strapazza gli idealisti perennemente alla ricerca di una scienza e di una legge sociale sognando «di realizzare l’esperimento delle loro utopie con sistematica pedanteria e una fede superstiziosa e fanatica nella efficacia miracolosa della loro scienza sociale». Come non essere d’accordo con lui, come non ammirarlo ancor oggi, in una società politica dove fa aggio la predicazione dell’egualitarismo, la sociologia di massa e il «vile piagnisteo» dei costruttori di castelli in aria?
Ma torniamo alla toponomastica, caro Baretto: essa è sempre - e naturalmente, aggiungo - ideologica. Marx vi è presente perché inventore del comunismo, non per altro. Non si scappa: la piazzetta di Maglie dedicata ad Aldo Moro, sembrerebbe l’esito di una formale pratica burocratica, essendo Moro nativo appunto di Maglie. Ma a ben vedere, lo zampino dell’ideologia fa capolino nella statua dedicata all’uomo politico, che l’artista volle ritrarre con una copia dell’Unità che gli spunta dalla tasca della giacca. Torino, poi, già detentrice della targa stradale più anacronistica, Corso Unione Sovietica, si distingue anche per l’ipocrisia toponomastica. La città non poteva dimenticarsi di un illustre figlio come Joseph de Maistre ma, trattandosi di un pensatore di destra, diciamo pure reazionario, ciò creava qualche mal di pancia agli amministratori comunali. I quali, pensa che ti ripensa, trovarono il modo di salvar capra e cavoli dedicando una via ai «Fratelli de Maistre», genericamente, senza aggiungere che se uno era Xavier, l’altro era il politicamente scorretto Joseph. Una furbata, insomma, genere nel quale siamo (malauguratamente) imbattibili.
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