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Musica

I Joy Division diventano “Eternal” (e se stessi)

Una serie di registrazioni inedite restituiscono al gruppo le sue sonorità più punk

Il rock, l'arte e il rimpianto I segreti dei Joy Division

Quattordici cd, due dvd, sedici concerti registrati tra il marzo 1979 e il maggio 1980, l’ultimo a due settimane dalla morte del cantante Ian Curtis. The Eternal è la prima raccolta ufficiale dei Joy Division dal vivo, e la Warner la presenta con una franchezza rara nel marketing discografico: la qualità audio varia moltissimo, avverte, e buona parte delle registrazioni suona esattamente come ciò che è, una cassetta accesa da un ragazzo in mezzo al pubblico. Bootleg ufficializzati, insomma. Eppure la notizia sta proprio in quel fruscio, perché restituisce una band che la storia ha quasi rimosso.

Bisogna tornare a Manchester, 4 giugno 1976. I Sex Pistols suonano alla Lesser Free Trade Hall davanti a poche decine di persone; tra loro ci sono Bernard Sumner e Peter Hook, che decidono di mettere su un gruppo. Prima si chiameranno Warsaw, omaggio a Bowie, poi Joy Division, dal nome delle baracche dove i nazisti costringevano le prigioniere alla prostituzione (una scelta che costò loro accuse di simpatie hitleriane mai davvero fondate e mai davvero superate). La città è un cimitero industriale di fabbriche chiuse e case popolari, il Paese scivola verso l’inverno dello scontento e nel maggio 1979 Margaret Thatcher entra a Downing Street. Il punk aveva gridato che non c’era futuro per i giovani nella società inglese. i Joy Division ne fecero una condizione dell’anima, più che politica.

A scommettere su di loro fu Tony Wilson, volto della televisione locale, che nel 1978 aveva fondato con Alan Erasmus la Factory Records, un’etichetta indipendente più simile a un circolo d’avanguardia che a un’azienda. La grafica era affidata a Peter Saville, ed è sua la copertina di Unknown Pleasures, l’esordio dei Joy Division: le onde radio di una pulsar, bianche su fondo nero, ovvero l’elettrocardiogramma di una stella che muore. Senz’altro è una delle immagini più suggestive della storia del rock, e oggi è esibita sulle magliette di chi quel disco non sa neppure che esiste.

Curtis non era un ragazzo di strada che urlava slogan. Leggeva, e leggeva i libri giusti. Da William Burroughs viene la canzone Interzone, la città-incubo del Pasto nudo; e a Burroughs i Joy Division finirono accanto nell’ottobre 1979, al Plan K di Bruxelles, dove il vecchio scrittore teneva una lettura la stessa sera del loro concerto (il filmato, finora inedito, è uno dei pezzi forti del cofanetto). Da James Ballard viene Atrocity Exhibition, titolo preso di peso dal romanzo d’avanguardia Mostra delle atrocità. Ma il debito più profondo è anche il meno notato: Disorder, il brano-manifesto che apre Unknown Pleasures, nasce da una citazione letterale di Il condominio, il romanzo di Ballard del 1975 in cui gli inquilini di un grattacielo di lusso regrediscono, piano dopo piano, alla barbarie tribale. Pochi se ne sono accorti, eppure è la chiave di tutto: la discesa ballardiana nel disordine come normale conseguenza della vita moderna, non come sua eccezione.

Poi c’è il suono, e qui comincia il paradosso. Dal vivo i Joy Division erano un gruppo punk, veloce e aggressivo. La chitarra di Sumner graffiava, il basso di Hook stava in primo piano come uno strumento solista, la batteria di Stephen Morris martellava senza tregua, e Curtis si muoveva sul palco con quella danza spezzata che ricordava (e talvolta precedeva) le sue crisi epilettiche.

Negli studi Strawberry di Stockport, Martin Hannett prese quella forza brutale, ne colse il sottofondo romantico, e la trasformò. Genio irascibile e ossessivo, Hannett trattava lo studio come uno strumento e i musicisti come materia da plasmare. Isolò gli strumenti, costrinse Morris a registrare la batteria pezzo per pezzo, riempì i vuoti di riverberi e ritardi digitali, raffreddò ogni cosa fino a trasformare la rabbia in una stanza vuota dove l’eco arriva prima della voce. La band ascoltò il risultato e rimase delusa: Hook disse che sembravano i Pink Floyd, il peggior insulto possibile per chi era nato quella sera alla Lesser Free Trade Hall.

Aveva ragione Hannett. Senza di lui i Joy Division sarebbero stati uno dei tanti gruppi figli dei Pistols, onesti e destinati all’oblio. Con lui divennero la matrice di tutto ciò che venne dopo, dalla new wave al gothic rock fino a un certo indie malinconico che ancora oggi ne ricalca le pose talvolta senza neppure rendersene conto. Col tempo lo hanno riconosciuto, a denti stretti, anche i superstiti: quella freddezza che li irritava era ciò che rendeva i loro dischi diversi da tutti gli altri usciti in quegli anni. Unknown Pleasures uscì nel giugno 1979, Closer nel luglio 1980, quando Curtis, in preda alla depressione e alla malattia, si era già impiccato nella cucina di casa sua, a Macclesfield, il 18 maggio. Il secondo album divenne così un epitaffio, e quel suono gelido la colonna sonora ufficiale di una morte annunciata. La leggenda era servita.

The Eternal ci consegna l’altra band, quella che i quattro credevano di essere. Si ascolta l’ultimo concerto, alla High Hall di Birmingham il 2 maggio 1980, dove suonarono Ceremony per la prima e unica volta, e si sente un gruppo sudato e furioso, lontanissimo dalle cattedrali di ghiaccio costruite in studio. È un documento prezioso, a tratti commovente, accompagnato dalle note del poeta laureato Simon Armitage e chiuso in una scatola che porta in copertina una fotografia di Wolfgang Tillmans: la stella Sirio vista attraverso un telescopio sfocato. Immagine perfetta, perché i Joy Division sono esattamente questo, una stella che conosciamo soltanto fuori fuoco.

Ma il cofanetto è anche la prova che in arte la verità di un autore non coincide sempre con le sue intenzioni. I Joy Division volevano sembrare i Sex Pistols; un produttore testardo li fece somigliare al proprio tempo. Per questo li ricordiamo ancora.