Un elicottero compare nel cielo di Tor Vergata e per due volte sorvola quella distesa umana che sembra non finire mai. Sotto, 250mila persone con il naso all'insù. A bordo c'è Ultimo. Cappellino e canotta bianca, Niccolò Moriconi, osserva il suo popolo prima di scendere dietro l'immenso palco. È il suo ingresso nella notte che ha aspettato per dieci anni. Quella in cui gli “ultimi”, almeno per una volta, sono diventati “primi”. "La Favola per Sempre" comincia così, dal cielo di Roma. Ma forse era cominciata molto prima. Quando Ultimo era ancora un bambino di otto anni davanti a un pianoforte. Quando scriveva canzoni senza sapere dove lo avrebbero portato. Quando cantava per pochi e sognava i grandi palchi. O forse un anno fa, quando 250mila biglietti sono stati polverizzati in poche ore e Tor Vergata ha cominciato a prepararsi a un evento destinato a cambiare la storia della musica italiana.
Dall'elicottero un mare di 250mila persone
Pochi minuti prima dell'inizio, dall'alto Ultimo vede ciò che lo aspetta. Un mare di persone arrivato da tutta Italia, una folla che occupa ogni spazio e si perde all'orizzonte. Il 62,5 per cento degli spettatori viene da fuori Roma. C'è chi ha attraversato il Paese in treno, chi è salito su un pullman, chi si è accampato per giorni e chi ha dormito in tenda pur di conquistare un posto il più vicino possibile al palco. L'elicottero compie due giri sopra di loro prima di atterrare. È un'entrata spettacolare che richiama inevitabilmente quella di Vasco Rossi a Modena Park. Ma questa volta, sotto, le persone sono ancora di più. Il palco, gigantesco, aspetta soltanto lui. Centoquaranta metri di lunghezza, una struttura alta sessanta, 2.500 metri quadrati di schermi led e una passerella di trenta metri che disegna il simbolo dell'infinito. L'infinito che ritorna ovunque nella storia di Ultimo, sul palco, sul polsino rosso che indossa, sugli auricolari e sul suo dito anulare.
L’amico che ha creduto in lui
Prima che il protagonista della notte arrivi, a preparargli la strada c'è Fabrizio Moro. Non un ospite qualunque, ma l'uomo che ha creduto in lui quando tutto questo ancora non esisteva. Moro sale sul palco alle 19.30 e davanti a quella distesa di persone non nasconde l'emozione. "Questa è la fotografia più bella della musica italiana", dice. Poi alza idealmente il bicchiere: "Un brindisi a Nic, un brindisi al 4 luglio. Quando i sogni incontrano il coraggio può crearsi questa cosa qui". È un passaggio di testimone, ma anche la celebrazione di un'amicizia. Perché Fabrizio Moro è stato tra i primi ad aprire una porta a quel ragazzo romano che scriveva canzoni e cercava il suo posto. Anni dopo, è lui ad aprire la notte più importante della sua vita.
"Questo è il giorno che aspettavo"
Poi le luci si spengono. Sui maxischermi scorrono in bianco e nero i volti dei fan ripresi in diretta, occhi lucidi, abbracci, telefoni alzati per fermare un momento che nessuno vuole dimenticare. Infine compare una frase: "Beati gli ultimi perché saranno i primi". E arriva lui. Le prime note sono quelle di "Pianeti", il brano del 2017 che dà il titolo al suo album d'esordio. Ultimo appare davanti ai 250mila. È teso, visibilmente emozionato. Guarda quella folla oceanica, si inchina e per qualche istante sembra quasi sopraffatto da ciò che ha davanti. Poi comincia a cantare e la tensione scivola via. "Roma, sei un capolavoro. Questo non è solo un concerto, questo è il giorno che aspettavo, questa è la favola, questa è la favola per sempre". Tor Vergata esplode. Centinaia di palloncini rossi si alzano sopra le teste, mentre 250mila voci cominciano a cantare con lui.
Quasi dieci anni di vita dentro le canzoni
Da quel momento il concerto diventa un viaggio lungo quasi dieci anni. Non una semplice successione di brani, ma il racconto di una strada percorsa insieme. Arrivano "Lunedì", "Ovunque tu sia", "Bella davvero", "Rondini al guinzaglio". Poi "Romantica" e "La stella più fragile dell'universo". Ci sono le canzoni che lo legano a Sanremo, un rapporto mai semplice: "Colpa delle favole", "I tuoi particolari" e "Il ballo delle incertezze", con cui nel 2018 vinse tra le Nuove Proposte e si fece conoscere dal grande pubblico. Ogni canzone diventa un coro. Ogni parola ritorna indietro dal pubblico moltiplicata per 250mila. Ci sono "Vieni nel mio cuore", "Cascare nei tuoi occhi", "Poesia senza veli" e l'omaggio alle sue radici con "Fateme cantà". C'è il nuovo album "Il giorno che aspettavo", già al primo posto della classifica FIMI per la seconda settimana consecutiva. E c'è anche l'inedito "Quando dorme la città", scritto a Londra nel 2022 e consegnato a quella folla come una nuova confessione.
L'abbraccio con Fabrizio Moro
Fabrizio Moro torna sul palco nella seconda parte del concerto. Questa volta non per aprire la strada a Niccolò, ma per percorrerla insieme a lui. Le loro voci si uniscono in "L'eternità (Il mio quartiere)". Poi arriva l'abbraccio. Un gesto che racconta più di tante parole il legame tra due artisti cresciuti nella periferia romana e uniti da una storia cominciata molto prima dei record. Moro ha creduto in lui quando Ultimo non era ancora Ultimo. Ora è lì, unico ospite della serata, davanti a quella marea di gente, a condividere il traguardo più grande.
Solo al pianoforte davanti a un'intera città
Eppure, in mezzo alla grandiosità dello show, Ultimo torna continuamente là dove tutto è cominciato; al pianoforte. È lì che il concerto cambia respiro. Niccolò si ritrova solo davanti ai tasti e a una distesa di persone che sembra una città. Arrivano "Questa insensata voglia di te", "Buon viaggio", il ritornello di "Alba" e "Quel filo che ci unisce". Poi c'è "Solo". "Certe canzoni ti riportano a quando le hai scritte e perché le hai scritte", racconta. È un brano nato nel 2021, durante il periodo del Covid e della quarantena. Alle sue spalle compare un mare in tempesta e, per la prima volta, Ultimo porta quella canzone davanti al suo pubblico. In platea ci sono adolescenti al primo concerto, giovani coppie, famiglie, bambini accompagnati dai genitori e dai nonni. Età diverse, storie lontane, ma lo stesso bisogno di riconoscersi in quelle parole. Perché il pubblico di Ultimo è soprattutto questo, persone che nelle sue fragilità hanno ritrovato le proprie e, per qualche minuto, si sono sentite meno sole.
Tor Vergata diventa un cielo di stelle
Uno dei momenti più suggestivi arriva quando tornano le note di "Pianeti". Ultimo ricorda il 4 luglio 2019, il giorno del suo primo concerto allo Stadio Olimpico, e chiede a tutti di accendere le luci dei telefoni. Tor Vergata si trasforma. Dove prima c'era una folla immensa, ora appare una distesa di stelle. Migliaia e migliaia di punti luminosi riempiono la notte. Ultimo li guarda dal palco. È la stessa immagine che, poche ore dopo, sceglierà per raccontare tutto con tre sole parole: "Siamo nella storia".
La lettera al bambino che sognava tutto questo
Poco prima della fine, la musica lascia spazio alle parole. Ultimo legge la lettera dedicata ai suoi 250mila fan, ma in realtà sta parlando anche a se stesso. Al bambino di otto anni che prendeva lezioni di pianoforte a Montesacro. Al ragazzino timido e ribelle che non ha mai smesso di sentirsi fuori posto. A quel Niccolò che, anche a trent'anni, continua a vivere dentro Ultimo. "Se parlando di voi ho spontaneamente parlato di me, allora questo vuol dire che molto probabilmente siamo la stessa cosa. E quindi grazie a tutti. Grazie". È forse qui che si capisce davvero il segreto di quel pubblico immenso. Non sono soltanto fan. Sono persone che nelle sue canzoni hanno trovato un posto in cui riconoscersi.
"Siamo nella storia"
Il finale non può che essere "Sogni appesi". Quando tutti urlano "Da sempre un obiettivo, dalla parte degli ultimi per sentirmi primo", la canzone scritta anni fa sembra arrivare finalmente alla sua destinazione. Gli occhi di Ultimo diventano lucidi. La voce trema. Davanti a lui c'è tutto quello che ha costruito. "Ho fatto pace con tutti, ho fatto pace con tutto". Poi guarda ancora una volta il suo popolo e urla: "Siamo nella storia, non smettete mai di credere alle favole!". Il cielo sopra Tor Vergata esplode. I fuochi d'artificio squarciano il buio per lunghi minuti mentre 250mila persone continuano a guardare in alto. La favola, quella immaginata e inseguita per dieci anni, è diventata realtà.
Il messaggio di Vasco e il passaggio di testimone
A incoronare Ultimo arriva anche Vasco Rossi, l'uomo a cui il cantautore romano ha strappato il primato italiano dei concerti a pagamento. "Ogni record è fatto per essere battuto. Largo ai giovani, è giusto così", scrive il rocker di Zocca. Poi aggiunge: "Kom...plimenti a Ultimo e alla città di Roma! Sono davvero felice per Niccolò. Ti voglio bene, Niccolò". Una fotografia che li ritrae abbracciati accompagna il messaggio. È il passaggio di testimone tra due generazioni e due artisti capaci, in epoche diverse, di trasformare i concerti in raduni collettivi. Vasco aveva riunito oltre 220mila persone a Modena Park nel 2017. Ultimo, a trent'anni, ne ha portate 250mila a Tor Vergata.
Il concerto dei record vale oltre 90 milioni per Roma
Ma i numeri della notte di Ultimo non si fermano ai biglietti venduti. Secondo le stime diffuse in occasione dell'evento, il concerto ha generato per Roma un indotto superiore ai 90 milioni di euro. Oltre il 62 per cento degli spettatori è arrivato da fuori città, con ricadute su alberghi, ristoranti, trasporti e attività commerciali. La tassa di soggiorno avrebbe portato nelle casse della Capitale almeno 2 milioni di euro, mentre oltre 3.500 persone hanno lavorato alla realizzazione dell'evento. Ultimo e gli organizzatori (Vivo Concerti) hanno inoltre versato a Roma Capitale oltre 600mila euro per i servizi straordinari necessari alla gestione del concerto, compresa l'apertura notturna delle tre linee della metropolitana. Anche le aree comunali utilizzate per i parcheggi sono state pagate. Un evento che, dunque, non ha soltanto scritto una pagina di storia musicale, ma ha mosso un'intera città.
La favola degli ultimi diventati primi
All'alba, mentre gli ultimi spettatori lasciano lentamente Tor Vergata, resta l'immagine di quella notte. Un elicottero che gira sopra una folla immensa. Un ragazzo di trent'anni che scende, sale sul palco e si ritrova davanti il sogno che inseguiva da quando era bambino. Resta il pianoforte. Restano le 250mila luci accese nel buio. Restano gli abbracci, le lacrime, le tende piantate giorni prima, i chilometri percorsi per esserci. E restano 250mila persone che potranno raccontare quella notte con due parole semplicissime: "Io c'ero". Perché a Tor Vergata non è andato in scena soltanto il concerto più grande della carriera di Ultimo.
È stata la festa di un popolo che nelle sue canzoni ha trovato una voce. Di chi si è sentito fragile, escluso, fuori posto. Di tutti quelli che per anni si sono riconosciuti in quel nome. E che, almeno per una notte, sono stati davvero primi.