Napolitano manda la sinistra a quel paese

RomaSi è ritrovato con il «popolo viola» sotto il Quirinale che celebrava il funerale della democrazia, «uccisa» dal suo via libera al decreto interpretativo che permetterà al centrodestra di competere in Lazio e Lombardia. Poi, con una richiesta di impeachment. È vero che porta la firma di Antonio Di Pietro e che, per il momento, è solo ipotizzata, ma fino a ieri neppure il leader di Italia dei valori aveva alzato così il tiro. Nemmeno nei momenti dello scontro frontale sui «silenzi» del Colle nessuno aveva parlato di messa in stato di accusa di Napolitano. Nemmeno alla famosa manifestazione di Piazza Navona, quella del «silenzio è un comportamento mafioso» e degli striscioni contro l’inquilino del Colle.
Nemmeno dal Pd sono arrivate significative prese di distanze. Spericolati i tentativi del Partito democratico di distinguere le responsabilità del governo da quelle del Colle. Irrilevanti gli attestati di stima che ieri, man mano che diventava evidente l’attrito tra Napolitano e i democratici, si moltiplicavano nelle agenzie di stampa. La prima è stata quella di Massimo D’Alema. Il Pd farà una manifestazione contro il decreto che il presidente della Repubblica ha descritto come una soluzione percorribile e non in contrasto con la Costituzione.
A Giorgio Napolitano non è rimasto che rispondere in proprio. E per farlo ha scelto un metodo irrituale per lui - e anche per l’istituzione che rappresenta - ma molto praticato dal leader di Italia dei Valori e dai militanti anti Berlusconi che, anche ieri, lo coprivano di insulti anonimi in rete (in particolare dal sito di Di Pietro). La forma scelta da Napolitano è una risposta a due messaggi di cittadini, pubblicata sul sito del Quirinale, che ieri aveva l’aspetto di un blog.
Foto di apertura, e sotto il titolo: «Il presidente Napolitano risponde ai cittadini». Poi le due lettere che, significativamente, chiedono al capo dello Stato di fare scelte opposte. La prima, firmata Alessandro Magni, suggerisce a Napolitano di non firmare il decreto, l’altra, di M. Cristina Varenna, rivendica per i lombardi la possibilità «di votare chi riteniamo ci possa rappresentare».
Molto politica la risposta. «Non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo, per gli errori nella presentazione della lista». A sostegno della sua scelta, il presidente cita dichiarazioni «dei maggiori esponenti delle opposizioni», in particolare quella di chi giorni fa disse «di non voler vincere - neppure in Lombardia - “per abbandono dell'avversario” o “a tavolino”». Napolitano non lo dice, ma ce l’ha con Antonio Di Pietro.
Il capo dello Stato fa la cronaca della vicenda. E svela particolari da retroscena. Si capisce che avrebbe preferito una soluzione politica, ma che non c’era il tempo. E dice chiaramente che la prima ipotesi salva liste avanzata dal governo, in un incontro che lui stesso definisce «teso», non gli piaceva. Si tratta della riapertura dei termini. La seconda, invece, poteva andare: «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità».
Con il «blog» di Napolitano, ieri pomeriggio, l’aria è cambiata. Il Pd ha tentato tardivamente di smarcarsi dall’Italia dei valori. Ci hanno provato Nicola La Torre, Massimo D’Alema, ma anche Walter Veltroni («folle attaccare Napolitano»), che generalmente si schiera con l’ala dipietrista del Pd.
Il più in imbarazzato sicuramente resta il segretario Pier Luigi Bersani. «Lasciamo fuori il presidente Napolitano. Non è il suo mestiere entrare nel merito dei decreti». Il capo dello Stato in realtà nel merito del provvedimento è entrato. Per il leader del Pd la priorità è mobilitare il partito prima che l’Italia dei Valori e i movimenti anti-Berlusconi monopolizzino la protesta. «A partire da oggi - ha annunciato Bersani - faremo una mobilitazione anche nelle sedi giurisdizionali. Faremo una mobilitazione fino alla Corte Costituzionale». Contro il provvedimento che per Napolitano non presenta problemi di costituzionalità.

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