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Dalle chat sessiste ai deepfake, se la tecnologia diventa nemica delle donne

Strumenti nati per proteggere, comunicare e innovare diventano sempre più spesso il veicolo attraverso cui il corpo femminile viene osservato, condiviso e manipolato

Dalle chat sessiste ai deepfake, se la tecnologia diventa nemica delle donne
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Una telecamera installata per garantire la sicurezza dei passeggeri. Uno smartphone utilizzato per comunicare. Un algoritmo progettato per creare immagini. Nessuno di questi strumenti nasce per fare del male. Eppure, osservando alcuni dei fenomeni che hanno segnato gli ultimi anni, emerge una domanda difficile da ignorare: quando e perché la tecnologia finisce per diventare nemica delle donne?

Il caso Atm sulle chat sessiste va ben oltre la cronaca. Perché racconta come strumenti nati per proteggere possano trasformarsi, se utilizzati in modo distorto, in mezzi per osservare, giudicare e appropriarsi dell'immagine femminile. Non si parla di violenza fisica. Non si parla nemmeno di fotografie intime. Eppure è proprio questo l'aspetto che rende la vicenda inquietante: la quotidianità e la normalità del contesto in cui tutto è avvenuto. Quelle donne stavano semplicemente andando al lavoro, tornando a casa o spostandosi in città. Le telecamere che le hanno riprese erano state installate per garantire la sicurezza dei passeggeri. Ma quelle stesse immagini sarebbero finite in una conversazione privata, trasformando delle normali passeggere in oggetti di osservazione, denigrazione, commento. E il mezzo usato è, appunto, la tecnologia.

È un meccanismo che negli ultimi anni si è ripresentato con forme diverse ma con lo stesso risultato. Basti pensare al revenge porn che ha mostrato quanto velocemente una fotografia privata possa trasformarsi in uno strumento di umiliazione. O al caso Mia Moglie, gruppi social in cui immagini di donne sono state condivise, giudicate e derise da migliaia di persone. In molti casi si tratta di fotografie sottratte alla sfera privata. In altri sono immagini pubblicate spontaneamente online e poi trascinate in contesti completamente diversi da quelli per cui erano state pensate. E, ancora una volta, la tecnologia è la via e lo strumento per operare. Perfino una semplice chat diventa il luogo usato dal branco per spogliare, denigrare, mercificare il corpo della donna.

L'intelligenza artificiale, poi, ha amplificato tutto. Fino a poco tempo fa il problema è stato la diffusione di fotografie esistenti. Oggi non è più necessario nemmeno possederle. Basta un volto. I software di generazione delle immagini consentono di creare fotografie realistiche partendo da pochi elementi reperibili online. I deepfake pornografici rappresentano il punto più estremo di questa evoluzione. Una donna può ritrovarsi protagonista di immagini sessualmente esplicite che non ha mai scattato, di video che non ha mai girato e di situazioni che non ha mai vissuto.

Il fenomeno non riguarda soltanto personaggi famosi. Ha coinvolto attrici, giornaliste, professioniste e persone comuni. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha denunciato la diffusione di immagini in lingerie false create utilizzando il suo volto, contribuendo ad accendere i riflettori su una minaccia che fino a pochi anni fa sembrava appartenere alla fantascienza.

Naturalmente sarebbe sbagliato trasformare la tecnologia in sè in un nemico. Le telecamere servono a proteggere i cittadini, i social sono un potente mezzo di comunicazione e l'intelligenza artificiale promette progressi enormi in diversi settori, dalla medicina alla ricerca e all'industria. Il problema, dunque, non è lo strumento in quanto tale. Il problema è che ogni nuova innovazione sembra offrire una nuova opportunità per fare qualcosa di molto antico: osservare il corpo delle donne, appropriarsene e trasformarlo in qualcosa che può essere consumato, commentato o manipolato.

È questo il filo che lega il caso Atm a certi gruppi social, al revenge porn e al deepfake. Cambiano i mezzi, ma il bersaglio resta troppo spesso lo stesso. Il corpo femminile continua a essere considerato qualcosa che può essere catturato, modificato, condiviso e persino reinventato da altri.

Forse è proprio questa la domanda che il caso Atm ci costringe a porci.

Perché ogni nuova tecnologia, prima o poi, sembra trovare un modo per trasformare il corpo delle donne in un oggetto da osservare, giudicare o manipolare? Finché non riusciremo a rispondere a questo interrogativo, ogni innovazione porterà con sé la stessa ombra: il rischio che strumenti nati per ampliare la libertà delle persone finiscano per restringere, ancora una volta, quella delle donne.

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