Resta ancora aperta l’ipotesi di corruzione nell’indagine del 2017 che vide Andrea Sempio - indagato per la terza volta nel 2025 per il delitto di Garlasco - oggi nel mirino degli inquirenti per l’assassinio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2017. Se in queste settimane è stata depositata alla procura di Brescia un’informativa, che scagionerebbe l’allora pm del caso Mario Venditti, pare che altrettanto non sia accaduto per la posizione di alcuni carabinieri coinvolti nello stesso filone di inchiesta.
Uno dei carabinieri di cui si è molto parlato dall’apertura dell’inchiesta, il 26 settembre 2025, è il maresciallo Silvio Sapone, all’epoca luogotenente. Il militare è stato interrogato in merito ad alcune telefonate effettuate verso l’utenza di Andrea Sempio il 22 gennaio 2017, e il video di quell’interrogatorio è stato trasmesso a Quarto Grado.
Sono tanti i “non ricordo” di Sapone, cui viene contestato di aver effettuato 16 telefonate all’indagato quel giorno: secondo l’ex maresciallo, è probabile che non tutte le chiamate siano state effettuate da lui, perché riconosce quelle con la propria utenza cellulare ma non quelle effettuate dall’ufficio. Sapone suppone che quelle chiamate fossero per notificare a Sempio di raggiungere la procura, ma ritiene impossibile averle effettuate tutte lui, poiché diverse partono in contemporanea da entrambe le utenze.
Le indagini avrebbero preso le mosse da alcuni appunti sequestrati al padre dell’indagato, Giuseppe Sempio, nel corso di una perquisizione a maggio 2025. Intanto erano stati effettuati dei controlli incrociati della Guardia di Finanza, che sarebbero risaliti a un ammanco di 45mila euro dalla cassa della famiglia Sempio. I legali di Andrea, Massimo Lovati, Federico Soldani e Simone Grassi hanno sostenuto che si sarebbe trattato dei loro cachet, dapprima per le indagini di omicidio e successivamente per le querele sporte per diffamazione da parte dell’assistito, il tutto per un incarico della durata di circa un anno.
Lovati, oltre ad aver suscitato molta attenzione con una serie di teorie sull’omicidio Poggi, è stato spesso oggetto di domande da parte della stampa sulla provenienza della consulenza Linarello - la consulenza sul Dna trovato sui margini subungueali di Chiara Poggi, consulenza richiesta dalla difesa di Alberto Stasi, condannato per il delitto nel 2015.
Durante l’interrogatorio, Lovati ha affermato di aver passato la consulenza anche al collega Soldani e all’ex generale dei Ris Luciano Garofano, all’epoca consulente per la difesa Sempio. Secondo Lovati, la documentazione proverrebbe da un giornalista: “È deceduto, Giangavino Sulas, lo stesso Giangavino Sulas che qualche giorno dopo o una settimana che dopo, o forse nei primi di febbraio, effettuò un'intervista sul settimanale Oggi allo 007, cioè a colui che aveva appreso o che diceva di aver appreso di quei reperti provenienti da Andrea Sempio, sui quali poi si basò la consulenza. Prima di Fabbri che li descrisse, del dottor Fabbri, e poi del dottor Linarello che li risezionò per confezionare quella consulenza tecnica di cui parlavo prima”. Lovati tuttavia tace, trincerandosi dietro ai “non ricordo” su diversi dettagli. Va ricordato tuttavia che l’allora direttore di Giangavino Sulas, Umberto Brindani, abbia sempre smentito questo scambio tra l’avvocato e il giornalista.
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Presente in studio l’avvocato Paolo Pirani, che ha spiegato come potrebbero fare gli inquirenti a vagliare le affermazioni degli ex legali di Sempio: “In realtà non è così complesso come può apparire, perché se la procura ha un'idea sul destinatario finale di questo denaro, è possibile delegare la Guardia di Finanza, che fa un'attività tipica degli accertamenti fiscali, cioè verificare se in quel determinato periodo sono stati fatti degli acquisti in denaro contante. Facciamo un esempio: se io acquisto un'auto che ha un valore di 10mila euro, la tracciabilità è di 5 e il valore è di 10, la differenza tra 10 e 5 vuol dire che l'ho pagata in nero a livello di presunzione”. Per quello che riguarda la possibilità che in effetti quei 45mila euro di ammanco siano la somma dei cachet dei tre avvocati, Pirani è possibilista: “Ci sono delle tabelle, che sono dei parametri che vanno da un minimo a un massimo. Diciamo un minimo va sui 3mila, un massimo intorno agli 8-10mila, più Iva. A testa, se sono tre avvocati vanno a testa.
[…] Però c'è un fatto, che se l'indagine è complessa, l'attività è complessa, può essere soggetta delle maggiorazioni, anche fino al 30-40%. Oppure ci può essere un accordo privato tra le parti, cioè un preventivo con il quale le parti hanno concordato l'importo da corrispondere”.