È scattata questa mattina a Pietracatella, in provincia di Campobasso, una nuova perquisizione nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, decedute lo scorso dicembre dopo un’intossicazione da ricina. Gli agenti della Squadra Mobile di Campobasso, guidati dal dirigente Marco Graziano, insieme agli uomini del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, sono entrati nello studio professionale di Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. L’intervento è avvenuto intorno alle 7.30 nello studio di via Risorgimento 18, proprio di fronte all’abitazione della famiglia, al civico 17. La notizia della perquisizione è stata diffusa questa mattina dal Tg1 sui propri canali social e successivamente confermata dall’ANSA. Al termine della perquisizione, Gianni Di Vita è stato accompagnato in Questura dagli agenti della Squadra Mobile. L’uomo ha lasciato gli uffici di Campobasso intorno alle 11, dopo essere rimasto all’interno della Squadra Mobile per oltre un’ora. L’ex sindaco di Pietracatella è uscito a bordo di una macchina di servizio della polizia, accompagnato da due agenti, senza rispondere alle domande dei giornalisti presenti. Di Vita non è indagato e la Procura di Larino indaga per duplice omicidio. Secondo quanto si apprende da fonti informate, le perquisizioni di queste ore sarebbero scattate dopo che negli ultimi giorni gli investigatori avrebbero raccolto nuovi elementi ritenuti significativi nell’ambito dell’inchiesta. Non si sarebbe trattato di controlli a tappeto, ma di attività mirate all’acquisizione di materiale specifico, in particolare documenti e dispositivi informatici.
La seconda perquisizione e il ritorno in Questura
Nel corso della mattinata, inoltre, gli investigatori hanno effettuato una seconda perquisizione in un altro studio professionale di Di Vita, in via D’Amato a Campobasso. In questo caso gli agenti sono rimasti più a lungo all’interno dell’ufficio. Si è inoltre appreso che le perquisizioni di oggi hanno riguardato anche l’attuale abitazione del commercialista ed ex sindaco di Pietracatella. Intorno alle 13, Gianni Di Vita è tornato spontaneamente in Questura, negli uffici di via Tiberio, per consegnare un dispositivo elettronico. Si tratta di una memoria esterna per computer. Il commercialista è rimasto all’interno degli uffici solo pochi minuti, prima di uscire e parlare con i giornalisti presenti. “Sono serenissimo e non ho nulla da dichiarare”, ha detto Di Vita. In serata l’uomo è tornato nuovamente in Questura. L’ex sindaco di Pietracatella è arrivato negli uffici di via Tiberio alle 18.10 per un nuovo interrogatorio. Si tratta del terzo ingresso in Questura nella giornata di oggi. Il nuovo interrogatorio è attualmente in corso. Di Vita, padre e marito delle due donne morte dopo l’avvelenamento da ricina a dicembre scorso a Pietracatella, non è iscritto nel registro degli indagati.
Il precedente sequestro di computer e pen drive
Si tratta dello stesso ufficio nel quale il 31 luglio erano stati sequestrati un computer desktop Lenovo e dieci pen drive nella disponibilità di Di Vita. La Procura aveva poi convalidato il sequestro il 3 agosto. Proprio su quel materiale, ieri, 28 settembre, sono iniziate in Questura a Campobasso le operazioni di estrazione, copia e analisi dei dati. L’attività è stata affidata agli specialisti del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, nell’ambito di un accertamento tecnico irripetibile disposto dalla Procura di Larino. La procuratrice di Larino, Elvira Antonelli, ha incaricato il personale specializzato dello Sco (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato) di procedere all’estrapolazione dei dati contenuti nei dispositivi. Alle operazioni potevano partecipare le parti, gli avvocati, le persone offese e i consulenti. Ieri era presente Gianni Alfonso, consulente informatico dell’avvocato Vittorino Facciolla, legale di Gianni Di Vita. L’arco temporale della ricerca è molto ampio e va dalla prima accensione dei dispositivi fino al giorno del loro ultimo utilizzo. Il tempo fissato per completare il lavoro è di 60 giorni, salvo proroga.
Cosa si cerca nei dispositivi
Tra gli elementi che la Procura ha chiesto di estrarre ci sono eventuali dati relativi a ricerche su internet riconducibili al reperimento della ricina da parte delle due vittime, Sara Di Vita e Antonella Di Ielsi. L’analisi riguarda anche i rapporti con familiari, parenti e amici, le abitudini di vita e le relazioni delle due donne, oltre a eventuali annotazioni sugli alimenti consumati nei giorni precedenti ai malori. Gli investigatori cercano inoltre eventuali documenti, note, pagine di diario e lettere riguardanti malattie eventualmente sofferte dalle vittime e non conosciute, oltre a chat, fotografie, registrazioni vocali, note, cronologia delle navigazioni, dati relativi alla posizione dei dispositivi, indirizzi e-mail e account dei social network. L’obiettivo è quindi ricostruire attraverso il materiale digitale sia eventuali elementi relativi alla ricina sia il contesto personale e le relazioni delle due donne prima della loro morte.
I 131 reperti raccolti nella casa
Un altro filone degli accertamenti riguarda i 131 campioni raccolti durante il sopralluogo del 30 luglio nell’abitazione della famiglia a Pietracatella e nei locali collegati all’immobile. I reperti sono stati destinati ai laboratori del Robert Koch Institute di Berlino per verificare l’eventuale presenza di ricina o di altre componenti del Ricinus communis. Tra gli interrogativi affidati agli esperti tedeschi c’è anche la ricerca della sostanza negli alimenti sequestrati nella casa. Complessivamente sono 73 i campioni di alimenti e liquidi inviati a Berlino, tra prodotti provenienti dalla dispensa, dal frigorifero e dal freezer, oltre a due borracce e a una boccetta di vetro.
Da Berlino gli esami decisivi per l’inchiesta
Gli esiti ufficiali degli accertamenti del Robert Koch Institute non erano ancora disponibili secondo le ultime comunicazioni dell’ANSA. I quesiti posti agli esperti tedeschi riguardano la presenza della ricina nei campioni biologici delle vittime, nei 131 reperti raccolti nella casa, l’eventuale presenza di anticorpi contro la ricina nel sangue di Gianni e Alice Di Vita e la ricerca della sostanza negli alimenti sequestrati. Il 17 settembre, tuttavia, l’ANSA aveva riferito che, secondo fonti qualificate, sarebbero emersi “elementi certi” che inducevano gli investigatori a orientarsi verso l’ipotesi del duplice omicidio premeditato. Indicazioni nella stessa direzione sarebbero arrivate informalmente anche dagli esperti tedeschi, mentre le loro relazioni ufficiali erano ancora attese. La difesa di Gianni Di Vita ha invece chiesto di non escludere l’ipotesi di un’intossicazione accidentale. “Deve essere valutata come tutte le altre ipotesi”, aveva detto all’ANSA l’avvocato Vittorino Facciolla, sottolineando che anche l’incidente era stato preso in considerazione dalla difesa fin dall’inizio.
La vicenda di Antonella e Sara
Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, quindicenne, sono morte a Pietracatella nei giorni successivi al Natale del 2025. Gli accertamenti tossicologici hanno successivamente individuato la ricina e l’inchiesta della Procura di Larino è proseguita per duplice omicidio volontario premeditato, al momento ancora contro ignoti. Le indagini devono chiarire come le due donne siano entrate in contatto con la sostanza, attraverso quale possibile veicolo sia stata assunta e in quali circostanze. La nuova perquisizione nello studio di Gianni Di Vita si inserisce in questa fase dell’inchiesta, mentre proseguono gli accertamenti sul materiale informatico, sui reperti e sugli alimenti sequestrati.
