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Ma quale "coltello da cucina", che scandalo su Ramy e Sgarbi: quindi, oggi…

Quindi, oggi…: il caso Kalulu, sia lode a Brignone e gli antifà

Ma quale "coltello da cucina", che scandalo su Ramy e Sgarbi: quindi, oggi…

- Quando sento i giornalisti italiani fare le primedonne, trasformando le critiche della politica in aggressioni e attacchi alla libertà di stampa, penso al fatto che dovrebbero leggersi un po’ di più la cronaca di ciò che accade a chi la vita la rischia davvero. In Bolivia, per dire, un giornalista è stato rapito, torturato e mutilato a causa dei suoi reportage. Per entrare nei dettagli, gli hanno tagliato la lingua e poi lo hanno abbandonato. Bisogna sempre fare la tara, ecco.

- Sia lode a Federica Brignone, che ha scelto di non andare a Sanremo. Ma non per chissà quale motivo: banalmente perché un atleta deve pensare a fare l’atleta. Anche perché l’ultimo grande sportivo che ricordo essere salito sull’Ariston - e cioè Berrettini dopo la finale di Wimbledon - poi è praticamente scomparso dai radar.

- Non è che Sofia Goggia mi stia antipatica. Però è stata portata su un palmo di mano, non si capisce bene perché, molto più di quanto sia stata mediaticamente celebrata Federica Brignone che - ad oggi - è senza dubbio molto più forte della collega.

- È scandaloso che i grandi giornali, come Repubblica e il Corriere, siano arrivati a occuparsi dell’omicidio del giovane di destra a Lione giorni e giorni dopo il fatto. Fosse morto un antifà, oggi avremmo editoriali sul ritorno del fascismo. Invece gli amichetti loro ammazzano un giovane come Sergio Ramelli e tutti zitti. Che schifo.

- Cambia poco che al carabiniere del caso Ramy abbiano lievemente modificato l’imputazione da “omicidio stradale” a “omicidio stradale in adempimento del dovere”. Perché è folle accusare un militare di aver mantenuto “una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga”, con una “manovra particolarmente avventata anche in ragione delle caratteristiche del mezzo inseguito” (facile dirlo da dietro una scrivania). Insomma: il carabiniere avrebbe “ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge”, con una “condotta di guida sproporzionata”, anche rispetto alla “necessità” di bloccare lo scooter, visto che era già stata comunicata via radio la targa del TMax. Toc toc, signor magistrato: e se a bordo di quello scooter, magari rubato, ci fosse stato un terrorista, un latitante o un jihadista? Lo avremmo fatto fuggire via senza provare a fermarlo? Ripetiamolo fino all’ossessione: l’unico modo per salvare la vita a Ramy non era “stare più lontani”, evitare la collisione o lasciare che lo scooter se ne andasse via. L’unico modo era che Fares azionasse il freno, si fermasse all’alt e si consegnasse ai carabinieri. Punto.

- Tutti a discutere del doppio giallo contro Kalulu che avrebbe falsato la gara tra Juventus e Inter. Il capo degli arbitri accusa i giocatori, colpevoli — a suo dire — di cercare in tutti i modi di fregare i direttori di gara. Balle. O meglio: è vero, ma è sempre stato così e non è che i calciatori oggi facciano più scene dei colleghi di dieci anni fa. La verità è che il calcio è riuscito a produrre un sistema, il VAR, che anziché facilitare gli arbitri finisce per favorire il caos. Perché l’errore sul doppio giallo a Kalulu sarebbe stato facilmente “evitabile” se solo il regolamento del VAR non impedisse all’arbitro di andare a vedere una situazione di doppio giallo (ma perché? Perché il doppio giallo no, ma il rosso diretto sì, se producono lo stesso effetto?). Non solo. Se agli allenatori fosse permesso, come in altri sport, di chiedere un intervento a tempo al VAR, l’allenatore della Juve vi avrebbe fatto ricorso, l’arbitro avrebbe visto le immagini, avrebbe ammesso l’errore e tanti saluti.

- Ps: il calcio ha un altro problema, ovvero la presunzione di alcuni arbitri che non sono in grado di ammettere gli errori e considerano il VAR come un nemico che li giudica, anziché come un amico che riduce i loro sbagli.

- Guardatevi il video condiviso da Ilaria Cucchi sulla morte di Moussa Diarra, un migrante maliano colpito con un colpo di pistola da un agente nell’ottobre del 2024. La tesi è, in sintesi, questa: il giovane è stato ucciso a bruciapelo, “con colpi esplosi ad altezza d’uomo”, nonostante avesse in mano solo “una posata da tavola”. Allora: sarà la magistratura, si spera, a stabilire i fatti. Tuttavia è necessario fare un paio di precisazioni. E non tanto su dove abbia sparato l’agente, se poteva fare altrimenti, eccetera. Focalizziamoci sul coltello, la “posata da tavola”, su cui è facile predicare bene ex post. Voglio vedervi voi, in quella situazione, con un esagitato che brandisce un’arma, distinguere in frazioni di secondo se si tratta di una lama a serramanico, di un coltello da carne, da pesce, per spalmare la Nutella oppure di un “coltello da cucina”, come quello utilizzato a La Spezia da uno studente per ammazzare il povero Aba. Cosa definisce la pericolosità? Se ha la punta arrotondata? Se è seghettato o meno? Doveva forse l’agente chiedere prima al migrante dove l’avesse comprato?

- Ipotizziamo fosse un coltello con cui tagliare le bistecche. E immaginate una persona che lo agita pericolosamente: se colpisce il viso, mortale o non mortale che sia, di sicuro può lasciare segni indelebili. Ferite. Cicatrici. Magari cavare un occhio. Che deve fare il poliziotto, immolarsi e rischiare di restare sfregiato a vita? E qui, guardate, tralasciamo pure il fatto che Diarra, prima di minacciare un agente della polizia locale, aveva distrutto alcune auto e la biglietteria della stazione di Verona. Tralasciamo anche il fatto che il pm, cioè l’accusa, abbia chiesto l’archiviazione per il poliziotto ritenendo “proporzionata” l’azione di difesa. Tralasciamo pure che sui media si contesta al poliziotto di non aver portato con sé il taser, e lo fanno quegli stessi giornali che si sono sempre opposti al taser e che al primo decesso per infarto lo hanno dipinto come uno strumento di tortura.

- Il punto è che è troppo facile, troppo, predicare ex post. Come è facile criticare il fatto che un agente abbia sparato a uno spacciatore armato di una pistola “a salve” o di un cacciavite. Riteniamo più giusto il comportamento dell’agente della polizia locale che, poche ore prima, aveva incontrato lo stesso Diarra, aveva armato la pistola ma poi aveva preferito “scappare” invece di fermare l’esagitato? In che Paese viviamo, se un operatore delle forze dell’ordine non può sparare neppure quando viene espressamente minacciato con un coltello, quale che sia il suo uso nel tinello?

- Tutta

’sta canizza e alla fine Vittorio Sgarbi viene assolto per la storia del quadro. Ricordatevelo quando vi gettate a capofitto nelle inchieste dei pm, copia-incollando le loro tesi o quelle delle “grandi inchieste”.

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