In un momento storico in cui i cardinali partecipano al Ramadan e i parroci aprono i portoni delle parrocchie per la rottura del digiuno e la preghiera islamica, esiste ancora chi va controcorrente e rivendica la propria posizione. E non lo fa ideologicamente, ma testi sacri alla mano, seguendo l’insegnamento di Gesù Cristo che non sembra più essere la bussola che guida le scelte dei pastori della Chiesa Cattolica. Don Francesco Fragiacomo è oggi parroco in cinque parrocchie del Friuli, non distanti da Gorizia e da Stanzarano, dove il parroco rivendica la decisione di aver concesso una delle pertinenze parrocchiali ai musulmani. Anche a don Fragiacomo è stata avanzata la stessa richiesta ma lui ha declinato.
“Distinguere per unire è il famoso principio teologico e filosofico di Maritan, ma potremmo anche aggiungere distinguere per convertire, cioè condurre tutto alla verità e all’amore autentico. Distinguere infatti aiuta all’ordine, alla verità, alla chiarezza”, ha spiegato a La Nuova Bussola Quotidiana, argomentando il motivo dietro la sua decisione. E don Fragiacomo è fermo anche su un altro concetto, che scinde la carità dal prestito dei luoghi di culto cattolici e cristiani ad altre confessioni, perché la carità cristiana è altro: “I nostri centri Caritas accolgono da sempre, continuamente e senza remora e senza differenziazioni di religione, etnie e ceppo linguistico tutte le persone per i più disparati bisogni”. E a sostentare le Caritas sul territorio, a pagare affitti, bollette e quant’altro, sono proprio le parrocchie in molti casi.
“E devo dire che non ci sentiamo attualmente manchevoli a riguardo. Perché nella carità bisogna distinguere: concedere i nostri spazi per celebrazioni ad altre religioni è sbagliato perché le nostre chiese e le nostre strutture sono lì per un fine ben preciso: annunciare Cristo risorto come compito datoci direttamente da lui”, ha proseguito il parroco, applicando quelli che sono banalmente i precetti della religione cattolica, quelli che dovrebbero guidare ogni azione di un servo di Dio. Per questo motivo, ha spiegato ancora, cedere spazi destinati al culto cristiano “non aiuta la causa della nostra tolleranza e carità perché bisogna entrare nella mentalità dell’interlocutore che abbiamo davanti. Per i musulmani il pregare in un luogo lo rende per loro sacro e in qualche modo loro proprietà”.
La non concessione, ha aggiunto don Fragiacomo, “è un rispetto che dobbiamo forse anche ai molti cristiani perseguitati proprio nei paesi islamici. Non è questione di ripicca, ma di dimostrazione di vicinanza e solidarietà di fronte alle sofferenze di tanti martiri di cui troppo spesso ci dimentichiamo”. E a chi usa la fratellanza per giustificare scelte che non trovano logica nella logica teologica, il parroco ricorda che “sulla scorta del pensiero di San Paolo, fratelli lo siamo propriamente solo in Cristo perché solo Lui ci ha liberati dal peccato delle origini e quindi dalla rottura della fraternità a partire dal peccato di Caino contro suo fratello Abele. Se vogliamo allora annunciare la fraternità, dovremmo anzitutto annunciare Cristo, se altrimenti pensiamo si costruisca solo dando le nostre strutture, siamo degli ipocriti”.
Parole che si incontrano nella dottrina cattolica e cristiana, che dovrebbero essere la normalità per chi predica l’insegnamento di Cristo, che purtroppo in nome del politicamente corretto sono diventate una straordinaria testimonianza di fede che, soprattutto in Quaresima, dovrebbero far riflettere.