Nel Kosovo radicalizzato cuore islamico d'Europa

Riad e Ankara sfruttano le fragilità del Paese per infiltrarsi. Finanziando moschee e borse di studio

Serenella Bettin

da Pejë (Kosovo)

Siamo lungo la strada che conduce a Pejë, città del Kosovo occidentale. Caricati su un mezzo dell'esercito, ci accompagnano i militari della Kfor, la forza internazionale a comando Nato che dal 1999 presidia l'intera regione. Una terra ancora martoriata e distrutta dalla guerra. Tranne le città principali, oggi ricostruite, in periferia le case sono ancora sventrate e annerite dalle bombe. Case crollate dove non arriva luce, acqua, gas. Dove non ci sono strade. E in mezzo alle case trafitte, stanno le moschee. Belle, rigogliose, imperiali, svettano in mezzo alla campagna kosovara come luoghi intoccabili. E le vedi passando, ovunque, anche in mezzo alle città; si innalzano tra i bar, i ristoranti, in mezzo ai giardini, incastonate tra i palazzi, ma anche sparse qua e là lungo le strade che portano a Pristina, a Mitrovica, a Pejë. Molte moschee sono riconoscibili con la loro forma tipica, le loro pareti dorate e i minareti, ma altre sono strutture spacciate per centri culturali.

Un numero, quello delle moschee, che cresce in maniera esponenziale, anche grazie ai finanziamenti che provengono da Arabia Saudita e Turchia. Il ventunesimo comandante in carica della Kosovo Force, il generale di divisione Giovanni Fungo, che a novembre scorso ha ceduto il testimone al suo pari grado Salvatore Cuoci, ci spiega che «nel 1999 c'erano 200 moschee e ora ce ne sono oltre 700». Una fonte del Giornale assicura che il numero delle moschee sia salito a 900, considerando sia le 607 esistenti prima della guerra, sia quelle costruite dopo. Delle 900, il 10% non è riconoscibile: almeno 90 o 100 sono mimetizzate. «Ci sono anche case private usate come luoghi di preghiera». Un'indagine di Balkan Insight rivela che negli ultimi dieci anni le moschee erette senza permesso sono oltre cento. Un boom di costruzioni illegali di cui le autorità municipali fanno fatica a tenere il conto. Si parla di 113 moschee riedificate dopo la guerra (delle 218 distrutte) dalla comunità islamica del Kosovo. Balkan Insight ha rivelato che quasi tutte sono state erette illegalmente. Soprattutto a Prizren, considerata la città dei minareti abusivi cresciuti dal 1999. Il 70% delle 77 moschee di Prizren non aveva permesso di pianificazione. Pare siano 54 le moschee abusive, c'era anche un piano per abbatterle.

Ma chi le finanzia? Nel 2015 dalla Turchia passarono milioni di euro per il Kosovo, come aveva riportato Zeri, quotidiano in lingua albanese a Pristina: milioni di euro stavano arrivando in Kosovo «ma non come investimenti o per aiutare l'economia o finanziare progetti, ma per ricostruire strutture religiose». Dozzine di nuove moschee inoltre sono state finanziate attraverso l'agenzia di cooperazione e coordinamento turca (Tika), istituita dal governo turco e gestita direttamente dall'ambasciata in Turchia. Ma soprattutto l'Arabia Saudita, il Kuwait e altre nazioni islamiche hanno investito molto nella ricostruzione del Paese e nella costruzione di moschee. Dal 1999 in poi Riad ha cominciato a mandare finanziamenti e uomini per diffondere il wahabismo. Milioni di euro, trasferiti attraverso organizzazioni caritatevoli che servivano a diffondere estremismo e terrorismo. Prima a favore di al Qaida, poi dell'Isis. Secondo l'Osservatorio internazionale per i diritti, si stima che solo i fondi sauditi filtrati nei Balcani attraverso organizzazioni caritatevoli dedite al proselitismo superino i 500 milioni di dollari. E alcune moschee sono indicate come veri centri di reclutamento del terrorismo. Il giornale Koha Ditore (Daily Time) di Pristina ha puntato il dito contro due moschee: una nella capitale e una a Mitrovica. A Pejë quattro moschee sono rette da un imam wahabita. Non solo, almeno ogni anno una decina di persone parte per andare a studiare in Arabia Saudita e torna radicalizzata. A coloro che cercano di reclutare promettono dei premi in cielo, a chi indossa un velo o aderisce a una visione più integralista della religione offrono 300 euro al mese. A girare per le città ancora non si vede la presenza radicata di donne con il velo o uomini con la barba, ma a molti giovani vengono offerte borse di studio per frequentare scuole islamiche in Arabia Saudita. Gli estremisti islamici stanno usando queste organizzazioni come canale ideale per la creazione di cellule terroristiche in varie zone. E il Kosovo, al di là dell'Adriatico, grande quanto l'Abruzzo, sta diventando il più grande covo di radicali islamici nel cuore dei Balcani.

«Negli anni scorsi il Kosovo è stata la regione che ha prodotto il più alto numero di foreign fighter pro capite diceva il generale Fungo -. C'è una situazione a livello socio-economico che porta ad avere condizioni di disagio che possono essere compensate con delle elargizioni in denaro da parte di organizzazioni che hanno interesse a penetrare questa zona dal punto di vista religioso. Qui dobbiamo parlare di radicalismo islamico. Le moschee non sono tutte sono presidiate da un imam, ma hanno determinato una presenza fisica visibile col tentativo di cambiare le tradizioni di questa popolazione. Non parliamo tanto di terrorismo quanto di reclutamento e radicalizzazione che sono la base poi del terrorismo». Questo accade nelle aree particolarmente depresse. E il Kosovo lo è. «C'è un tasso di disoccupazione che rasenta il 60% - spiega Fungo - soprattutto tra i giovani sotto i 26 anni. Questo li porta a volere emigrare verso il centro Europa, sono giovani con un livello di istruzione abbastanza elevato, provenienti da una società in cui l'accesso a internet è garantito al 98% della gente». Il ministero dell'Interno aveva contato 360 fondamentalisti kosovari di cui 300 uomini e 60 donne, unitisi allo Stato islamico. Fonti ufficiali ci dicono che sono 400 i foreign fighter partiti per andare a combattere in Siria o in Irak, su una popolazione totale di un milione e 800mila abitanti. Tutta gente che prima o poi tornerà, in Kosovo, come in Italia. E a giugno scorso sei persone sono state arrestate con l'accusa di avere pianificato attacchi terroristici nel Paese e contro le truppe della Kfor. Il gruppo, cinque uomini e una donna, voleva creare un'organizzazione per mettere in atto azioni di terrorismo, compresi attacchi suicidi, anche in Francia, Belgio, Albania e Macedonia.

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