Nella guerra del whisky Londra si beve lo Scotch

Nel 2019 il primo storico sorpasso (nel numero) delle distillerie inglesi sulle scozzesi: 166 a 160

Nella guerra del whisky Londra si beve lo Scotch

Dopo secoli di cordiale inimicizia, gli ultimi anni hanno visto inasprirsi la rivalità fra inglesi e scozzesi. Prima il referendum per l'indipendenza di Edimburgo bocciato nel 2014 per poche migliaia di voti; poi la ferita della Brexit, con gli scozzesi convinti remainers; infine l'approccio alla pandemia di coronavirus, con l'opposizione fra le misure lasche di Boris Johnson e quelle rigorose di Nicola Sturgeon.

Alla situazione già piuttosto nervosa ora si aggiunge una nuova guerra commerciale, che suona anche come battaglia culturale, ovvero la sfida del whisky inglese allo Scotch, re dei distillati e simbolo dell'orgoglio scozzese. Una sorta di sacrilegio fino a pochi anni fa letteralmente impensabile, ma che oggi, complice la politica economica di Trump, rischia di avere effetti importanti sull'industria britannica.

Per spiegare la new wave del whisky inglese bisogna fare un passo indietro, al 2019, quando per la prima volta nella storia in Inghilterra risultavano aperte più distillerie che in Scozia, 166 a 160. In gran parte il sorpasso era dovuto al boom della produzione di gin, ma si sa, un alambicco tira l'altro e dato che alla base del whisky c'è sempre la produzione di una sorta di birra, era solo questione di tempo che anche a Sud del Vallo di Adriano iniziassero a darsi da fare con l'orzo.

Dal 2010, la produzione di whisky inglese è cresciuta del 620%, e parecchie distillerie e marchi hanno iniziato a farsi strada sul mercato: dalla English Whisky Company («la più vecchia distilleria inglese», fondata nel 2006!) alla The Lakes distillery, in Cumbria; da Adnams nel Suffolk a Filey Bay nello Yorkshire, fino a Bimber e East London Distillery, a Londra. Oltre una ventina di aziende piccole e dinamiche, produzioni limitate e distillati abbastanza giovani, ma di carattere. Il whisky inglese ha saputo trovare una sua via «sganciandosi» dal suo ingombrante vicino scozzese, con packaging più giovani e soprattutto grazie a un disciplinare molto meno rigido, che consente sperimentazioni di ogni tipo con i barili e gli invecchiamenti.

Senza un «aiutino», però, tutto questo non avrebbe scalfito di un centimetro la potenza dell'industria dello Scotch. Ed è qui che entra in gioco Donald Trump. Perché nella guerra dei dazi del 2019 fra Usa ed Europa, l'amministrazione americana ha imposto una tassazione del 25% su alcuni prodotti considerati di lusso. Tra questi, insieme a formaggi e vini francesi, anche il single malt scozzese e irlandese, che per i precedenti 25 anni aveva goduto di una assoluta assenza di tassazione. Di fatto, la possibilità di imporre tariffe «selettive» sui prodotti di alcune regioni, ha aperto una guerra commerciale tutta intestina al Regno Unito.

Già, perché il whisky inglese e gallese si trovano così avvantaggiati. E mentre le esportazioni di Scotch sono crollate del 60% nel primo mese di dazi, quelle di alcuni marchi sono letteralmente esplose. Come nel caso di Penderyn, distilleria gallese che - nonostante il non entusiasmante momento economico dovuto al Covid - ha raddoppiato il numero di bottiglie vendute in Usa.

L'export è un parametro fondamentale dell'industria del whisky scozzese e in particolare l'export negli Stati Uniti - oltre un miliardo di sterline nel 2018 - rappresenta la fetta più succulenta, il 22% del mercato. Ecco perché la «discriminazione fiscale» preoccupa non poco i 133 produttori di Scotch. Che paradossalmente vengono danneggiati da un'imposta che si applica solo ai prodotti considerati di alta qualità e dunque di lusso (nessuna tassazione sui blended più industriali, dove viene utilizzato anche grano e non solo orzo).

Al di là della questione puramente economico-commerciale, c'è anche quella più profonda, che vede un simbolo culturale scozzese «reinterpretato» dagli ingombranti vicini di casa. L'industria del whisky da anni ha intrapreso un percorso di rinnovamento che prevede lo svecchiamento dell'immagine di distillato per anziani signori coi baffi vestiti di tweed e la ricerca di un nuovo pubblico: giovani, donne, appassionati di cocktail. Partendo da zero, il whisky inglese ha avuto meno remore ad abbandonare l'impostazione tradizionale e a proporre qualcosa di completamente nuovo, ma non per questo meno convincente. L'esempio di Bimber è perfetto per spiegare il nuovo approccio. Una distilleria artigianale fondata nel sobborgo di North Acton da un imprenditore polacco, che si è costruito su misura i tini di fermentazione e cura in maniera maniacale la distillazione (questa sì rigorosamente tradizionale) e la selezione di botti molto attive, che consentono al single malt di essere pronto già dopo pochi anni. Il risultato sono whisky giovanissimi ma di straordinaria complessità, che hanno convinto anche giurie scozzesi.

Perché prima che Trump mettesse tasse e zizzania, le due industrie non solo si parlavano, ma si miglioravano a vicenda: dalla Scozia il know how per fare spiriti di qualità,

dall'Inghilterra una spinta propulsiva al restyling e alla modernità. Una bella sinergia che ora - a causa della competizione diventata necessariamente feroce - rischia di spezzarsi. D'altronde, non finiscono così anche gli imperi?

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