Nella stanzetta senza spigoli dei ragazzi che vogliono morire

Entri nella cameretta e pensi: «Che ambiente accogliente, sembra di essere a casa». Poi senti come i medici del Fatebenefratelli l’hanno ribattezzata e resti di ghiaccio. È la stanza anti suicidio. È qui che vengono portati i ragazzini che hanno tentato di togliersi la vita. In effetti, a guardarsi bene intorno, là dentro c’è qualcosa che non va. La finestra è sigillata, non ci sono sacchetti di plastica nei cestini, non ci sono appigli di nessun tipo, né negli armadi né in bagno. E perfino i cavi del computer sono un po’ più corti del solito per evitare che vengano usati come armi suicide. Per il resto, l’ambiente non potrebbe essere più familiare e accogliente: coperta di Topolino nel letto, divani colorati, pareti arancioni e gialle. «Abbiamo scelto accostamenti cromatici caldi - spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Neuroscienze del Fatebenefratelli e psichiatra specializzato nei problemi dell’adolescenza - ma non eccitanti, con lo scopo di tener basso il livello di aggressività».
Non si vedono, ma all’interno della stanza sono nascoste anche delle telecamere per vigilare, attraverso dei monitor, il paziente durante la notte. «Non è escluso che il ragazzo tenti ancora il suicidio - spiega Mencacci -. Bisogna tener presente che chi ha provato una volta, è facile che tenti ancora: nel 60 per cento dei casi succede entro due anni. In ospedale dobbiamo garantire certi livelli di sicurezza e abbiamo strutturato la stanza per prevenire qualsiasi tipo di comportamento estremo».
Spesso i giovani pazienti passano nella stanzetta anche più di una settimana, a seconda del tipo di operazione che hanno subìto dopo il tentativo di suicidio. E qui cominciano un altro percorso di «ricostruzione». Interiore. In un anno, hanno dormito nella cameretta anti suicidi ben 50 ragazzini, la maggior parte tra i 15 e i 16 anni. Fra tutti gli adolescenti che sono arrivati al pronto soccorso del Fatebenefratelli, il 40 per cento aveva già provato a levarsi la vita. «Bisogna riflettere su questo dato - commenta Mencacci -. E anche sul fatto che il 20 per cento dei ragazzi, pur avendo già cercato di uccidersi, non è affiancato da nessun medico né sta seguendo alcun tipo di terapia. Spesso, sottovalutare i disagi dei figli e avere dei tabù su questo tipo di problemi espone i ragazzi a ulteriori rischi».
Per quanto possono, i medici cercano di prevenire atti estremi: non solo con sistemi di sicurezza ma anche con percorsi di sostegno agli adolescenti con problemi di depressione, bipolarismo o disturbi della personalità.
«La stanza - spiega Alberto Ottolini, direttore dell’unità operativa di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza - è defilata rispetto alle altre per garantire al paziente e alla sua famiglia maggiore privacy in un momento così delicato. Abbiamo deciso di realizzarla per affrontare il problema in un modo nuovo: non solo dal punto di vista dell’emergenza medica ma anche sotto il fronte psicologico». Il primo passo per ricominciare a vivere è, come spiega Ottolini, «un luogo di degenza tranquillo dove creare le premesse per il ritorno a casa». La stanzetta anti suicidio è solo l’inizio di un percorso. Che prosegue con l’affiancamento dei medici e dei volontari dell’associazione Amico Charly, impegnati nel recupero dei ragazzi con iniziative di gruppo, laboratori di musica e corsi sportivi.

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