Nella tappa più eroica il Giro degli italiani finisce alla Fantozzi

nostro inviato a Montalcino

Caro diario, il campionato mondiale della fatica, il vero reality della sofferenza estrema, cioè questo Giro d'Italia che non ha uguali in nessun luogo del pianeta, incorona nel giorno del fango il più forte del gruppo: l'australiano Evans, non a caso campione del mondo.
Questo bisogna gridarlo subito, senza se e senza ma, prima di qualunque altra chiacchiera. Vinca il migliore lo dicono tutti e lo dicono sempre: stavolta siamo accontentati e non c’è niente da recriminare. Nella corsa degli sterrati aviti, della pioggia infinita e maledetta, del freddo e dello sdrucciolevole, arriva per primo il numero uno. Cosa vuoi di più dalla vita, quando mai lo sport riesce ad essere così giusto e così sincero.
Inoltrati i più ammirati complimenti al canguro iridato (voto 10), arriva poi tutta la serie di pensieri successivi. Il primo va dedicato a Vinokourov, detto Vino, dopo la tappa Montalcino. Come aveva promesso, sfrutta subito un percorso macellaio per riprendersi la maglia rosa già vestita in Olanda (voto 8). Forte, fortissimo. Il primo dei battuti, anche se sul traguardo viene superato dal nostro Cunego (voto 7,5), sì, lui, il Cunego che l'Italia ama, tenace e inaffondabile, piccolo e cattivo come un vero mastino.
Purtroppo, con la grande prova dell'ingegnere Marco Pinotti (voto 7,5), con le buone prove di Scarponi e Garzelli (voto 7), Cunego resta l'unica consolazione per il popolo tricolore. Il resto è solo sventura. Mai vista una fantozzata di tali proporzioni. Dico: in gruppo siamo solo 53 su 198, eppure riusciamo nell'impresa di inventarci una caduta completamente made in Italy. Un colpo di bowling di precisione chirurgica. Con un requisito quasi inverosimile: non abbattiamo italiani qualunque, abbattiamo i migliori. A inventarsi lo «strike» - ovviamente senza colpe - è Scarponi. Oltre tutto non cade nemmeno sugli sterrati, dove tutti temono tragedie. Cade in una curva di asfalto normale. Purtroppo, proprio all'inizio della fase più tremenda, all'ingresso dei tratti eroici, a 30 dall'arrivo. È la fine. Dietro di lui, orrendo a vedersi, incredibile a dirsi, vanno giù Nibali, Basso e Agnoli. Primo, secondo e terzo della classifica generale. Più o meno, una magica combinazione da Superenalotto.
In questo preciso momento, dopo essere andato in Olanda, il Giro d'Italia si allontana di nuovo dall'Italia. La nostra giovane maglia rosa, speranza e certezza per un domani radioso, si ritrova con il capitano Basso ad inseguire disperatamente il gruppo degli assatanati là davanti (altro che fair-play e attesa della maglia rosa in disgrazia: sembrano squali davanti a una bistecca in mare). È uno spettacolo penoso, ma anche toccante. I nostri due amiconi, eroi di tutti i ragionier Fantozzi, vittime della combinazione astrale più nera del secolo, comunque resistono. Inseguono, lottano, remano, annaspano, si aspettano (Nibali aspetta più di Basso), e alla fine riescono persino a limitare il disastro in termini accettabili, forse superabili. Sul traguardo, la loro forza d'animo, almeno quella, è consolante. Dice Nibali: «Siamo rimasti soli, ma ci siamo sostenuti a vicenda. Pazienza, troveremo il modo di superare». E Basso: «Abbiamo lottato restando uniti. È una giornata molto brutta. Ma non possono andare tutte così».
Caro diario, da ogni male nasce sempre qualcosa di buono. Dal disastro delle strade sterrate, riemerge almeno una bella coppia italiana a cui voler bene, contro l'invasione straniera, contro l'invadente sfortuna. Si può ricominciare subito già da oggi, sulla prima montagna del Giro. Non è impossibile, ma resta carogna. Si chiama Terminillo, non bisogna terminare

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