Nata a Bucarest, sfollata a Buenos Aires nel 1959 il papà era un antistalinista professo , scrittrice estrosa, bellissima, Alina Diaconú ha avuto una lunga relazione epistolare con Emil Cioran. È a lei, in un'intimità raccolta in Preguntas con respuestas (1998), che Cioran dice del suo rapporto con Alejandra Pizarnik. "Cara Alina, che omissione assoluta: non le ho detto di Alejandra Pizarnik. Abitava nel mio quartiere, più esattamente in rue Saint-Sulpice. Quante volte mi sono imbattuto in quella sconosciuta, trascinava con sé una disperazione che conosco così bene!" (per approfondimenti si veda: A. Diaconú, Querido Cioran. Cronaca di un'amicizia, Criterion Editrice, 2021).
Nata nel 1936 a Buenos Aires da ebrei di origine ucraina, Alejandra Pizarnik atterrò a Parigi che aveva ventiquattro anni: voleva vivere e morire di poesia. Conobbe Georges Bataille, legò con Julio Cortázar, Octavio Paz scelse di firmare l'introduzione della sua plaquette, Árbol de Diana, uscita nel 1962: "Solitudine, concentrazione, addestramento alla sensibilità sono requisiti indispensabili alla visione. Alcuni intellettuali di onorata intelligenza lamentano di non vedere nulla, nonostante la loro cultura". Ecco il punto. Mentre l'intellettuale si mette in posa e poeta, il poeta abita in un aldilà del linguaggio. Il poeta arma il linguaggio fino a farsi male, per annegare nella propria notte oscura.
Alejandra Pizarnik inviò Árbol de Diana a Cristina Campo. Si erano conosciute a Parigi, di sfuggita. "Ci sono dei Suoi versi che mi ossessionano", le scrisse Cristina nel gennaio del 1963. Il legame epistolare, di intensità caustica, ambigua, durò qualche anno. La Pizarnik le dedicò una poesia, Anelli di cenere, poi raccolta in Le opere e le notti (1965), opera prediletta dalla Campo: "E quando è notte, sempre,/ una tribù di parole mutilate/ cerca asilo nella mia gola,/ perché non cantino loro,/ i funesti, i padroni del silenzio" (cito dalla traduzione di Matteo Lefèvre da: A. Pizarnik, Poesia completa, Crocetti, pagg. 464, euro 25; il libro reca "uno scritto" di Concita De Gregorio, non brutto). Cristina le inviò La Tigre assenza con dedica "Ad Alejandra Pizarnik". Il padre era morto da poco, "con tanta amabilità, quasi in mezzo ad una conversazione"; per lettera, le parlava di Borges e di Octavio Paz, di Djuna Barnes, dei "canti dei salmi che ci aspettano forse da tutta l'eternità" ascoltati "presso i miei amici aschenaziti", di Rabbi Abraham Joshua Heschel, "un mistico di pura tradizione chassidica che ho conosciuto in circostanze straordinarie" (poi pubblicato da Rusconi, proprio per impegno di Cristina Campo). Forse nella ebraicità di Pizarnik, la Campo cercava un conforto. Infine così pare, almeno, compulsando questo epistolario di cristallo, scoperto da Stefanie Golisch tra le carte della Pizarnik custodite alla Princeton University, per ora impubblicabile , Cristina Campo tentò di tradurre l'infelicità di Alejandra in grazia. La volle santa lei restò dannata. Erano gli anni dell'impegno anticonciliare e del legame con Monsignor Lefebvre; Cristina scrisse alla Pizarnik di dotarsi di una tradizione, di purificarsi ("La sua innocenza non chiede altro che trasformarsi in coscienza"), di trovare il proprio ordine interiore ("Non vada, la supplico, dallo psicoanalista. Oltre che del tutto inutile, è una cosa veramente indecente, e che ostruisce tutti gli ingressi al destino col pretesto di aprirne alla libido"). Zolla, dietro le quinte, annuiva. La Pizarnik annota nel diario: "Lettera di Cristina. Mi fa paura. Come se mi avesse scritto un angelo". L'ultima lettera di Cristina è del 7 aprile 1970 ("La posta qui non annuncia più gli scioperi, ma, senza dire una parola, tonnellate di lettere vengono buttate silenziosamente in mare"). Alejandra era rientrata a Buenos Aires, qualche mese dopo in luglio appuntò una risposta ("Cristina, mi vuole ancora bene? Le piacerebbe vedermi ora, strana bambina dai capelli lunghi lunghissimi, e così pallida e fragile che quando mi guardo allo specchio mi sorrido per darle coraggio...") che non spedì mai e che possiamo leggere in: A. Pizarnik, L'altra voce. Lettere 1955-1972 (Giometti & Antonello, 2019).
Chiunque sia stato a Buenos Aires riconosce gli emblemi ideati da Borges: il labirinto e lo specchio, il coltello e la tigre blu. Alejandra Pizarnik sprofondò in se stessa fino a divorarsi. Così appunta nel suo diario, è il novembre del 1971: "Scrivere è dare un senso al soffrire./ Ho sofferto così tanto che già mi hanno espulso dall'altro mondo./ Scrivere è voler dare un senso al nostro soffrire". Cortázar, l'amico zenit, continuò a inviarle lettere floreali, ormai inutili ("Oggi, i carnefici uccidono altri, non i poeti, ormai non ci resta neanche questo privilegio imperiale... Ti accetto solamente viva, ti voglio solamente Alejandra", 9 settembre 1971). Alejandra continuò a pubblicare, distrattamente, come a sfracellarsi. Con gli ultimi libri El infierno musical e Los pequeños cantos si costruì un sepolcro.
Morì il 25 settembre del 1972, per scelta, per abuso di Seconal e fu un risorgere al mito. La insediarono in un ristretto club che comprende Sylvia Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli; scrisse di donne tumulate da un talento sacrificale, Emily Dickinson ("Lei pensa all'eternità"), Karoline von Günderrode, Janis Joplin, a cui si confidò come a un'altra se stessa: "Hai fatto bene a morire/ per questo ti parlo,/ per questo mi affido a una bambina mostro".
Alejandra è sepolta nel cimitero ebraico di La Tablada; i genitori la chiamavano "Flora". Le sue poesie sembrano lupi di carta: appena confidi nella loro fragilità, scopri di avere le mani piene di sangue si arriva sempre troppo tardi alla poesia, sempre troppo deboli.