Noi con le tribune vivevamo benissimo

Gli anchorman della televisione pubblica fanno barricate contro la sospensione dei salotti mediatici ma dimenticano che quei vecchi confronti incollavano gli italiani al video. E allora la sinistra vinceva

La democrazia è in pericolo. La libertà pure. La vita, quasi. La Radio Televisione Italiana ha deciso di sospendere i talk show politici per un mese, da qui alle prossime regionali. Niente Porta a Porta, niente Annozero, niente L’ultima parola e nemmeno Ballarò. Sconcerto, panico, Vespa si lamenta, Garimberti dissente, Ruotolo denuncia la censura, l’Usigrai urla contro lo scandalo del silenzio. Siamo nei guai. Il consiglio di amministrazione segnala che, ove possibile (non si sa bene che cosa significhi) le trasmissioni suddette saranno sostituite con tribune elettorali. Ciò basterebbe a riportare la calma, a sedare le tensioni. Niente.

Le tribune elettorali o politiche sono una pagina nostalgica, non servono a nulla, sono il passatismo scotto e mangiato, così ritengono i nuovi depositari della comunicazione radiotelevisiva. Cribbio, per vent’anni o di più il popolo italiano è stato fregato da Jader Jacobelli, Luca Di Schiena, Gianni Granzotto, Giorgio Vecchietti e dalle loro tribune televisive, una fetta di giornalismo farlocco, l’illusione ottica e orale spacciata per democrazia. Eravamo pecoroni, idioti, servi del regime quando ascoltavamo (quattordici milioni i dati di ascolto) Palmiro Togliatti o Arturo Michelini, eravamo distratti dalle calze nere delle Kessler quando parlavano Gian Carlo Pajetta e Alfredo Covelli. Eppure la platea era di quelle giuste, garantita per professionalità, una decina di giornalisti, in rappresentanza di quotidiani o periodici di partito e di testate indipendenti, di ogni tipo, di ogni zona geografica, anche periferica, accomodati in un emiciclo. Una domanda a testa, con replica eventuale, mica roba ordinaria o aria fritta ma scontri verbali storici.

Per i contemporanei in gramaglie per il coma dei talk show, segnalo che Romolo Mangione, impomatatissimo giornalista de la Giustizia (socialdemocratico) era la bestia nera della sinistra. Una sera lanciò il codice penale sovietico a Pajetta e un’altra chiese a Togliatti: «Il partito comunista ha condannato l’uccisione del primo ministro del Congo Lumumba mentre è rimasto indifferente all’uccisione del primo ministro ungherese Imre Nagy vittima del colonialismo sovietico. Le sembra normale per un partito come il suo che bene o male dovrebbe essere europeo e non afroasiatico?». Palmiro rispose: «Imre Nagy è stato condannato perché ha commesso delitti contro il suo paese, dichiarandosi pronto ad aprire le frontiere dell’Ungheria a truppe di invasione che avrebbero restaurato un regime clericale di grande proprietà fondiaria e di reazione anticomunista, per questo la sua condanna era giusta. Comunque nonostante il suo nome Ella non mangia molta politica...». Non vi basta? Non basta all’Usigrai o a Vespa?

Procedo. Nino Nutrizio era un giornalista qualunque? Prezzolato? Pennivendolo? O piuttosto quello che mostrò un pugno di riso e un altro di spaghetti a Berlinguer chiedendogli se fosse possibile cuocerli assieme, pasta e amido ovviamente. Berlinguer rispose con un «no di certo» e il direttore de La Notte: «E allora perché mai dovreste stare al governo con i democratici?». Forse erano giornalisti di margine Vittorio Gorresio o Luigi Pintor che diede del ladro a Emilio Colombo? E ancora Gino Pallotta che fece sbiancare in volto il ministro degli Interni Mario Scelba ricordandogli che nelle liste elettorali siciliane figurasse tale Genco Russo, noto mafioso e lo Scelba, riprendendo colore farfugliò: «La mafia non esiste più da tempo». E Marco Pannella che il 18 di maggio del Settantotto si imbavagliò restando così, per minuti dieci, nello studio Rai, tenendo al collo il cartello che portava la seguente frase: «La commissione parlamentare della Rai abroga la verità e l’informazione».

Sempre per le vedove dei soppressi ricordo che, nonostante le calze nere delle Kessler e le tribune monotematiche, nel ’68 Pci e Psiup trionfarono e così Alessandro Natta e Lucio Luzzatto celebrarono alla tribuna elettorale il loro successo mentre furono grigiastri, con il bianco e nero televisivo ancora di più, i volti di Arnaud (diccì), Malagodi (pli), Tanassi (psi).

A morte avvenuta tutti gli uomini di partito e di giornalismo, da sinistra a destra, piansero Jader Jacobelli e gli altri colleghi di avventura, ricordando quei grandi momenti di giornalismo e di informazione politica.

Oggi siamo nel dramma, come faremo a trascorrere le nostre serate di marzo senza le cosce, i sondaggi demoscopici, i cantanti impegnati, gli attori intellettuali, la tribù degli opinionisti a gettone, lo spettacolo, il collegamento via satellite? Il talc e non talk show?
Quando, cinquant’anni fa, venne l’idea di allestire la prima tribuna politica, un dirigente Rai commentò: «Sarà un regalo ai comunisti». Non ditelo oggi, qualcuno potrebbe montarsi la testa. Meglio le cosce e le vignette satiriche.

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