In un mondo fantastico popolato da elfi e orchi, nani e cavalieri, creature magiche e mezzi uomini, dove la tecnica minaccia l'umanità e orde di immondi replicanti assetati di distruzione marciano al soldo del Male più infernale che ha le sembianze di un occhio infuocato, non c'è un eroe solitario a cui affidare la salvezza ultima ma c'è una compagnia che non è propriamente tenuta assieme da un'amicizia quanto piuttosto da un cammino verso un destino comune. Lungo questo cammino ognuno fa quel che può, in base alle proprie forze e alle proprie doti, per portare a termine la missione: distruggere l'Anello. E non è certo marginale il fatto che non sia uno di loro a riuscirci ma quel Gollum, essere orripilante, che per tutto il tempo aveva tramato, tradendo e imbrogliando, per avere nuovamente per sé il tesoro. Forse, senza questo piccolo-grande incidente letterario sul ciglio del Monte Fato, l'Anello sarebbe ancora al dito di qualcuno e, forse, il Male avrebbe trionfato. Non un aspetto marginale per J.R.R. Tolkien, dunque. Ma probabilmente uno degli aspetti più interessanti. Perché la morte di Gollum, trascinando l'Anello con sé nella lava, diventa nel Signore degli Anelli il compimento di un destino che divide appunto una compagnia che valorizza la persona nella sua unicità da una collettività che schiaccia l'individuo spersonalizzandolo sotto il peso del potere.
Si potrebbe partire da questo dettaglio per spiegare perché all'intellighenzia di sinistra Tolkien non è mai piaciuto. Non tanto dunque per il genere in sé, il fantasy, troppo spesso bistrattato e relegato a genere minore. Quanto piuttosto per i valori che da subito hanno conquistato la destra. Non solo quella dei Campi Hobbit che venne prima di Fratelli d'Italia. Anche tra i cattolici non è mai mancata una fortissima fascinazione nei confronti di quel mondo magico. E, quindi, sentire oggi la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, lanciare la nuova battaglia ideologica della sinistra ("Dobbiamo riprenderci Tolkien") fa quantomeno sgranare gli occhi. Prima di tutto per quell'ingordigia culturale che spinge il progressismo di tutti i tempi a cannibalizzare qualsiasi scrittore, filosofo e pensatore piegandolo, anche laddove è impossibile farlo, ai propri costrutti in una crescente occupazione intellettuale che punta a desertificare le idee e il confronto.
Ad essere sinceri, non sappiamo cosa significhi "riprendersi" Tolkien. I suoi libri, dallo Hobbit al Silmarillion, sono disponibili in tutte le librerie e le biblioteche d'Italia e, come qualsiasi altra opera di qualsiasi altro scrittore, appartengono a chi li legge e a chi li apprezza. Il volersene appropriare, unicamente perché il Signore degli anelli è l'opera più amata dalla premier Giorgia Meloni e sui cui hanno sognato generazioni di militanti di destra (e non solo), mostra da una parte la sete di egemonia culturale della sinistra e dall'altra, aspetto non meno svilente, la pochezza della sfida (intellettuale e politica) che la Schlein è in grado di mettere in campo. Una sorta di razzia dottrinale fine a se stessa che probabilmente è evaporata una manciata di secondi dopo che la leader dem l'ha lanciata.
Per tornare all'universo di Tolkien sarebbe interessante, magari dopo aver riletto le avventure di Frodo e della compagnia dell'Anello, che la Schlein e i suoi capiscano perché l'ideale della Contea sia molto simile all'idea di Paese che la destra punta a costruire e a difendere.
E quanto le terre sotto il dominio di Sauron, invece, siano tragicamente molto simili all'idea di Paese portato avanti dalla sinistra. Un Paese dove lo Stato viene prima di tutto, tanto da schiacciare l'individuo fino ad azzerarlo.