«Non voglio sfidare Fini sfido tutto il mio partito»

Luca Telese

da Roma

Ministro Gianni Alemanno, a due giorni dalle sue dimissioni, c’è ancora chi si chiede quale sia il retroscena di questa scelta.
«Peccato che non ci sia nessun retroscena... Mi pare evidente che dopo il risultato del referendum, occorresse prendere atto di quel che è accaduto, avviare una correzione di rotta in An». Con una sua sfida alla leadership di Fini?
«Non è una sfida a Fini. È una sfida alla classe dirigente del mio partito, che non si deve rassegnare al piccolo cabotaggio. Spero che Fini dia una risposta positiva ai problemi che pongo, di identità e di linea. Da tempo chiedo una “seconda Fiuggi”».
E se Fini non risponde? Lei è già in pista per la presidenza?
«Gli incontri di oggi, e alcuni segnali, mi dicono che Gianfranco, dopo le critiche sbagliate all’astensione “diseducativa” e le prime infelici dichiarazioni dopo il referendum, sta imboccando la strada giusta, la risposta che mi aspetto».
Ma se questo non accadesse?
«Lo dico chiaramente: sarebbe preferibile rendere visibile la differenza fra una maggioranza e una minoranza che rifugiarsi nell’unanimismo di facciata. Abbiamo gestito in modo unitario il partito, ma finora non siamo riusciti a rilanciarlo».
C’è chi dice che questo è un gioco delle parti concordato, e che è già successo con l’opposizione di Storace ai tempi della svolta di Gerusalemme...
«No, non c’è nulla di concordato tra me e Gianfranco».
L’errore più grande fatto?
«Rifugiarci nella posizione “alibistica” della libertà di coscienza sulla procreazione. Questo ci ha portato a evitare il nodo, a non discutere delle differenze. Poi il problema è scoppiato lo stesso. La cosa assurda è che questo accade proprio quando viene sconfitta l’egemonia della sinistra e del laicismo!».
In An, non è un mistero, c’è chi tifa il partito unico, e lo crede la soluzione dei vostri problemi. Lei non lo crede, vero?
«Stiamo ai fatti: Berlusconi annuncia che faremo la federazione, e io lo considero senza dubbio positivo, aiuta la maggioranza a dialogare. Ma il partito unico non si fa, dice il premier che alle politiche ognuno andrà con i suoi simboli: il contrario di quel che pensano i fan del partito unico».
Cioè?
«Il primo problema che abbiamo davanti è prendere voti per An. Chi di noi non l’ha capito si deve svegliare».
Gasparri e La Russa sono anche loro suoi interlocutori?
«Sì, purchè non si rinchiudano nel fortino delle componenti».
C’è chi dice che lei aspiri alla leadership e abbia fatto il passo più grande della gamba.
«Io non aspiro a nessuna leadership. Ripeto, non sono l’avversario di Fini, voglio contribuire a costruire un percorso comune con tutti. Ma non accetto di essere rappresentato come una sorta di feudatario di partito che gestisce piccoli consensi e rendite di posizione correntizie!».
C’è chi come Buontempo - con cui lei ha avuto non pochi dissappori - applaude il suo gesto e lo definisce coraggioso...
«Teodoro è da sempre un dirigente fuori dagli schemi. Spero che sia finito il periodo della contrapposizione fra noi. Quella dichiarazione mi ha fatto piacere».
Alemanno sta andando oltre i confini della sua corrente?
«In queste ore mi ritrovo molto vicino anche a Mantovano, che pure in Puglia ha avuto non pochi problemi con Destra sociale. Ci sono sintonie con gli ex democristiani come Fiori e Selva, le carte si rimescolano... ci possiamo tutti trovare sull’idea di un partito che riparte dall’interesse nazionale».
Dicono che lei sogni una An «ratzingeriana», è così?
«È una stupidaggine pazzesca. Fra i giovani che hanno fatto campagna per il referendum si respira l’aria di un ’68 al contrario. Ha vinto l’atteggiamento attivo, non certo l’impegno di un gruppo di bigotti clericali...».
Ma Fini pensa a una destra gollisita e laica?
«Ebbene? Anche io. Però il modello che ho in mente è Sarkozy, o il partito repubblicano americano che vince quando ritorna ai valori della tradizione religiosa».
La fecondazione è stata il terzo strappo di Fini, dopo il voto agli immigrati e Salò.
«C’è una differenza sostanziale. A parte il metodo che non ho condiviso, quelle scelte andavano comunque in direzione di un’apertura. In questo caso, invece, i tre sì ci hanno chiuso le porte di un dialogo con il mondo cattolico che ora deve essere riaperto».
Ma sarà possibile o no, una sua candidatura alternativa?
«Il problema non è cambiare Fini, ma cambiare metodo».
Ad esempio?
«Aprire le liste, aprire le federazione, discutere e partecipare, tanto per cominciare».
Non ha risposto, però.
«Non sto svicolando la domanda.

Dico che metterci a parlare di leadership e candidature senza parlare di identità ci porta nel male, ci riporta nell’errore»
Da dove si riparte allora?
«Da un nuovo manifesto di valori. Noi dobbiamo essere il partito dei valori, il partito dell’identità nazionale e popolare, il partito di un nuovo equilibrio fra sviluppo e solidarietà».

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